Robert Louis Stevenson.
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IL DIAMANTE DEL RAJ E ALTRI RACCONTI.
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Titoli originali: The Raiah's Diamond. The Sire de Maltroit's Door. A Lodging for the night.
Traduzione di: Carlo Linati.
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1944. Muggiani Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Il Diamante del Rajah, tratto dalla raccolta New Arabian Nights,  basato sull'antico espediente letterario del manoscritto ritrovato: l'autore finge infatti di trascrivere la storia da un anonimo autore arabo, calando cos la narrazione in una cornice misteriosa ed esotica. Ne  protagonista l'Occhio di Luce, il sesto diamante al mondo per grandezza e splendore, che si rivela tanto prezioso quanto funesto per chiunque ne venga in possesso. Donato dal Rajah di Kashgar a Sir Thomas Vandeleur, ufficiale dell'esercito britannico,  venduto dalla moglie di quest'ultimo per estinguere i debiti da lei accumulati in anni di spese folli. Ma il segretario, a cui  affidato il prezioso tesoro, viene derubato e da quel momento la gemma inizia a passare di mano in mano e di citt in citt. Il lettore  cos coinvolto in un'avvincente storia che intreccia le vicende dei vari personaggi sedotti dal fascino del diamante.
I due racconti successivi: IL SIRE DELLA PORTA DI MALTROIT e UN ALLOGGIO PER LA NOTTE, fanno parte della medesima raccolta.
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L'AUTORE.
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Robert Louis Balfour Stevenson (Edimburgo, 13 novembre 1850  Vailima, 3 dicembre 1894)  stato uno scrittore, drammaturgo e poeta scozzese dell'et vittoriana, noto principalmente per i romanzi L'isola del tesoro e Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde.
Figlio unico di Thomas Stevenson e nipote di Robert Stevenson, entrambi ingegneri edili specializzati nella costruzione di fari, temper la malinconia e la durezza del carattere scozzese con il brio e la gaiezza che gli derivavano dall'origine francese della madre. Sia la madre che il nonno avevano problemi ai polmoni, con febbre e tosse frequenti. Si  parlato di sarcoidosi, tubercolosi o bronchiectasia, e comunque d'una eredit scomoda per il ragazzo che era spesso malato e aveva necessit di trascorrere parecchi mesi all'anno in un clima pi salubre, come quello della Francia meridionale. Anche la sua inquietudine di viaggiatore e la costante magrezza erano per lui legate alla salute.
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Indice.
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RACCONTO: IL DIAMANTE DEL RAJ.
CAPITOLO 1. STORIA D'UNA SCATOLA DA NASTRI.
CAPITOLO 2. STORIA D'UN GIOVANE PRETE.
CAPITOLO 3. STORIA DI UNA CASA CON LE PERSIANE VERDI.
CAPITOLO 4. L'AVVENTURA DEL PRINCIPE FLORIZEL E DI UN DETECTIVE.
RACCONTO: IL SIRE DELLA PORTA DI MALTROIT.	
RACCONTO: UN ALLOGGIO PER LA NOTTE.
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Fine Indice.
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RACCONTO: IL DIAMANTE DEL RAJ.
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CAPITOLO 1. STORIA D'UNA SCATOLA DA NASTRI.
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All'et di sedici anni in una scuola privata, poi in uno di quei grandi istituti pei quali l'Inghilterra va giustamente famosa, Mister Harry Hartley aveva ricevuto l'educazione d'un gentiluomo. Mostrava, a quel tempo, una notevole avversione allo studio; e, poich l'unico parente che gli era rimasto era uomo inetto ed ignorante, Harry pot fin d'allora sciupare liberamente il suo tempo in ogni genere di eleganze e di frivole spensieratezze. Due anni pi tardi egli era diventato orfano e quasi mendico. Per indole ed educazione Harry era affatto incapace di dedicarsi ad ogni pratica iniziativa. Sapeva solo cantare sentimentali canzonette e accompagnarsele con garbo sul cembalo: essere grazioso, quantunque timido, cavaliere, e aveva una spiccata inclinazione per gli scacchi. Natura, poi, l'aveva dotato del pi grazioso aspetto si potesse immaginare. Biondo, roseo, occhi di colomba e un leggiadro sorriso a fior di labbra, egli possedeva anche un'aria piena di piacevole malinconia e tenerezza e dei modi assai garbati e carezzevoli. Ma, insomma, non era uomo da guidare un'armata o da presiedere un Consiglio di Stato.
Un caso fortunato e qualche raccomandazione gli procurarono un posto di segretario privato presso il Maggior Generale Sir Thomas Vandeleur C. B.
Sir Thomas Vandeleur era uomo sui sessanta, di voce grossa, iracondo e alquanto prepotente. Si diceva che per qualche motivo o in compenso d'un servigio, sulla natura del quale eran corse strane voci che furono poi ripetutamente smentite, il Raj di Kaskgar aveva donato a questo suo ufficiale il sesto dei pi grossi diamanti del mondo. Dono ch'ebbe la virt di tramutar di colpo il Generale, da quel poveraccio che era, in un riccone, da oscuro soldato in uno dei pi eleganti viveurs della societ londinese. Il possessore del Diamante del Raj era ben accolto perfino nei circoli pi intimi tanto che, a lungo andare, aveva finito per trovare anche una giovane e bella fanciulla di buona famiglia che, pur di poter chiamar suo il diamante, si rassegn a sposare Sir Thomas Vandeleur.
Si soleva dire a quei tempi che come simile chiama simile, cos un gioiello n'aveva chiamato un altro. Certo la persona di Lady Vandeleur non solo era essa stessa un gioiello, e dei pi sfolgoranti, ma sapeva mostrarsi al mondo montata in una incastonatura delle pi preziose. Autorevoli intenditori del genere assicuravano ch'ella era una delle tre o quattro donne pi ben vestite d'Inghilterra.
L'ufficio di Harry come segretario del Generale non era affatto gravoso, ma bisogna dire che Harry aveva un'antipatia particolare per il lavoro continuato: gli dava noia sporcarsi le dita d'inchiostro: e il fascino di Lady Vandeleur e delle sue toilettes lo richiamava spesso spesso dalla biblioteca al salotto.
Con le donne Harry aveva parecchia entratura, discorreva di mode con brio e con calore, e non era mai tanto felice come quando poteva disquisire sulla tinta d'un nastro o correre dalla modista con qualche commissione per la sua signora. Tanto che, in breve, la corrispondenza di Sir Thomas rimase pietosamente in arretrato e la sua signora ebbe in Harry un'altra cameriera.
Ma un bel d il Generale, ch'era uno de' Generali meno accomodanti del mondo, balz su dal suo seggiolone e, in un accesso d'ira, con uno di quei gesti esplicativi che raramente si usano fra gentiluomini, fece conoscere al suo segretario che non aveva bisogno pi oltre dei suoi servigi. Disgraziatamente la porta era aperta e Mr Hartley dov ruzzolar gi tutti i gradini della scala con la testa in avanti.
Quando si lev da terra era tutt'ammaccato e profondamente avvilito. Dire che si sentiva tagliato cos bene per quella vita nella casa del Generale! Sempre in compagnia di persone piacevoli, poco lavoro, cena abbondante; poi quelle care soddisfazioni nel salotto della signora, la quale, in cuor suo, egli infiorava dei pi dolci nomi.
Subito, appena oltraggiato dal piede soldatesco, si precipit da lei e le narr la dolorosa istoria.
"Eh, mio caro Harry", rispose la signora che soleva chiamarlo a nome come un ragazzino, "mai, nemmeno per isbaglio, tu hai il bene di fare ci che il Generale ti ordina. Lo stesso  di me, dirai. Ma con questa differenza: che noi donne possiamo farci perdonare un lungo anno di disobbedienza con un pronto atto di sommissione. Sono dolente assai, Harry, di perderti; ma dacch non puoi pi restare in questa casa dove fosti insultato, ti faccio i miei auguri e saluti, e ti prometto di fare in modo che il Generale abbia a pentirsi del suo contegno violento".
Harry perd la disinvoltura; gli vennero le lacrime agli occhi, e fiss Lady Vandeleur con aria di tenero rimprovero.
"Signora mia", diss'egli "ch' mai un'ingiuria? In una settimana  bell'e scordata. Ma abbandonare gli amici, ma dover infrangere certi legami d'affetto..."
Fu incapace di proseguire poich la commozione gli faceva groppo alla gola, e cominci a piangere.
Lady Vandeleur lo fiss con uno sguardo un po' indagatore.
"Sta a vedere" ella pensava "che questo scioccherello si crede innamorato di me. E, infine, perch non potrebb'essere mio domestico anzich domestico del Generale?  buono, ha bei modi, s'intende di toilettes. E ci almeno varr a tenerlo lontano dai pericoli, poich egli  davvero troppo grazioso per non aver qualche amoruzzo..."
La notte stessa ne parl al Generale ch'era gi bell'e pentito della sua villania, e Harry pass senz'altro nella giurisdizione femminile della casa, dove la vita, per breve tempo, gli fu proprio celestiale. Vestiva con rara squisitezza, portava delicati fiori all'occhiello, e sapeva intrattenere gli ospiti della signora con garbo elegante e dilettoso. Era superbo di servire s bella dama e gli ordini che da lei riceveva, eran per lui altrettanti segni del suo favore. E si compiaceva di mostrarsi in quella nuova qualit agli altri uomini, che poi lo deridevano, lo schernivano per quel suo impiego da cameriera, da garzone di modista.
Quanto al lato morale della cosa Harry poco ci badava. Una certa immoralit pareva a lui dote essenzialmente virile, e il passar la giornata in compagnia d'una bella signora, occupandosi di acconciature e di ritocchi, gli sembrava come stare su una graziosa isola, in mezzo alle burrasche della vita.
Un mattino, entrato nel salotto da ricevere di lei, stava accomodando alcune musiche sopra il cembalo quando ud, dal lato opposto della stanza, Lady Vandeleur che discorreva assai concitatamente con suo fratello Charlie Pendragon, un attempato giovinotto alquanto dedito alle dissipazioni e molto zoppo da una gamba. Il segretario, al cui entrare essi non avevan badato, non pot far a meno di porgere orecchio ai loro discorsi.
"O oggi o mai", esclamava la signora. "Sia detto una volta per sempre, questa cosa s'ha da farla entro oggi".
"Entr'oggi se si potr", replicava il fratello con un sospiro. "Ma io ti dico che il passo  falso, Clara, ch' rovinoso: e ce ne pentiremo per tutta la vita".
Lady Vandeleur guard il fratello in modo traverso.
"Dimentichi" soggiunse "che l'uomo deve pur morire un giorno o l'altro".
"Ah, parola d'onore, Clara," replic Pendragon "tu sei la pi spudorata briccona di tutt'Inghilterra".
"Voialtri uomini" ella ribatt "siete cos grossolani che non arrivate neanche a comprendere le pi piccole sfumature dei nostri pensieri. Tu stesso sei rapace, violento, sfrontato, noncurante di finezze; eppure il pi tenue pensiero del futuro, in una donna, ti turba ti offende! Ah, io perdo la pazienza con queste asinerie! Tu disprezzeresti in un banchiere la debolezza che desideri ritrovare in noi".
"Forse forse hai ragione" rispose il fratello "sei sempre stata pi abile e pi avveduta di me, tu. Comunque, sai qual  il mio motto "La famiglia avanti tutto"".
"S, Charlie" ella replic prendendo fra le sue una mano del fratello. "Il tuo motto lo so meglio di te: "Clara avanti la famiglia". Non  questa la seconda parte del tuo motto? Davvero tu sei il migliore dei fratelli, Charlie; ed io ti amo teneramente".
Mr. Pendragon si lev su, un po' imbarazzato a quella dichiarazione. Poi ella lo conged inviandogli un bacio sulla punta delle dita. Egli usc dal salotto e sparve gi per le scale.
Rimasta sola, Lady Vandeleur si volse al suo segretario.
"Harry, ho una commissione da darti per stamani. Ma devi prendere un cab. Non voglio che il mio segretario abbia a buscarsi le lentiggini, con questo sole".
Disse quest'ultime parole con una certa energia d'accento e con un tono un po' materno nella voce, s che il povero Harry si sent pieno di felicit e subito si dichiar contento che gli si porgesse questa nuova occasione di servirla.
"Ma la cosa ha da restare fra me e il mio segretario" continu la signora. "Sir Thomas ci sarebbe di grandissimo impiccio; e tu sapessi quanto mi seccano quelle sue scenate! Oh, Harry, Harry... mi dici un po' perch voialtri uomini abbiate sempre ad essere cos ingiusti e violenti? Eh, tu non lo sai neppure, nevvero, Harry? Tu sei l'unica persona in terra che non conosce queste vergognose passioni. Sei cos buono, sei cos gentile! Tu s che sei capace d'essere il vero amico d'una donna".
Harry replic con galanteria:
"Siete voi che siete graziosa con me, voi che mi trattate come..."
"...come una madre" interruppe Lady Vandeleur. "E una madre io ho cercato sempre di essere per te, Harry. O meglio" corresse con un sorriso "quasi una madre... E proprio sono spiacente di essere troppo giovine per esserti madre davvero. Be', diciamo un'amica, via, una buona amica..."
Qui ella indugi un poco per lasciare che quelle sue parole producessero il dovuto effetto sui precordi sentimentali del suo segretario, ma non tanto per da permettergli di avviare una risposta. E riprese:
"Tutto ci non ha nulla a che vedere con la faccenda in questione. Dentro la mia guardaroba, dalla parte di sinistra, sotto le mie pantofole rosa, troverai una scatola da nastri. La prenderai su e la porterai a questo indirizzo" e gli diede un foglio. "Ma, intendi bene, ad ogni costo non devi consegnarla a nessuno se prima non avrai avuto in cambio una ricevuta scritta di mio pugno. Hai inteso? Su, ripeti quello che t'ho detto. Occorre tu faccia questa commissione appuntino".
Harry ripet punto per punto le istruzioni ricevute; ma ella stava per aggiunger dell'altro, quando, improvvisamente, il Generale irruppe nella stanza. Era tutto rosso in volto e pieno di collera e teneva tra le mani il conto della modista: un conto grosso e molto elaborato.
"Abbiate la bont, signora mia, di darvi una occhiata" esclam vivacemente. "Abbiate la bont di analizzare questo piccolo documento. Eh, ora lo capisco s che m'avete sposato per il mio danaro! Bene, io credo d'esser l'uomo forse pi accomodante di tutto l'esercito; ma, com' vero che Dio m'ha fatto, intendo che poniate fine a queste vostre rovinose dissipazioni".
Rivolta al suo segretario, come nulla fosse, Lady Vandeleur continuava:
"Dunque, Mister Harry, hai inteso ci che hai da fare. Spero adempirai con sollecitudine la mia commissione".
"Alto l!" scatt il Generale volgendosi ad Harry. "Una parola, prima".
Quindi a Lady Vandeleur: "Ebbene, di che razza di commissione si tratta? Se costui ha ancora un briciolo di onest dovrebbe avere a sdegno di restare in questa casa e beccarsi uno stipendio in cambio di tanti misteriosi servigi. Che commissione gli avete dato? E perch, di grazia, avete tanta fretta di mandarlo via?"
"Se non sbaglio, voi avete qualche cosa da dirmi" profer in tutta calma la signora.
"Commissioni, commissioni!" url il Generale. "Via, non cercate d'ingannarmi perch oggi sono di pessimo umore. Di che commissione si tratta?"
"Se proprio, come vedo, voi insistete a che i vostri domestici abbian a essere presenti alle nostre umilianti discussioni" ella aggiunse "sar meglio che dica a Mister Harry di mettersi a sedere ed ascoltare. No?... Allora, Harry, adesso puoi andartene. Confido che ti ricorderai di quanto hai udito in questa stanza; ci ti potr giovare per l'avvenire".
Harry usc; e, come scendeva rapido le scale, poteva udire ancora la voce tonante e infuriata del Generale, e il tono calmo con cui Lady Vandeleur gli ribatteva. Ad ogni nuovo attacco di lui ella opponeva le sue repliche diacce ed argute. Come sentiva d'ammirarla quella creatura! Con che sottile destrezza ella riusciva a scantonare la bruciante questione! E con che sicura calma ella aveva ripetute le sue istruzioni persino sotto la minaccia del cannone nemico! E come l'odiava cordialmente quel marito!
Nella mattinata non accadde nulla d'insolito. Harry continu a servire la sua signora in segrete commissioni intime massimamente presso la modista. Che ci fosse una crepa misteriosa in quella casa egli ben lo immaginava. Le prodigalit veramente rovinose e certi impegni di carattere occulto della signora gi da lungo tempo avevano inghiottito tutto il suo patrimonio e rischiavano di inabissare di giorno in giorno anche quello del marito. Una o due volte all'anno le sostanze eran messe a risico e la rovina pareva imminente. Allora il povero Harry a trottar di qua e di l, per botteghe di fornitori d'ogni genere, studiandosi di tenerli a bada con qualche frottola, pagando magri acconti per somme grosse, purch, pel momento, la scadenza fosse scongiurata, e la signora e il suo segretario potevan respirare qualche tempo ancora. Harry, con quella sua destrezza, si buttava corpo ed anima in quelle guerricciole. Non solo egli adorava Lady Vandeleur e temeva e odiava il marito, ma egli stesso, per sua natura, era portato all'amore delle eleganze e quel poco che scialava era unicamente nel sarto.
Egli, dunque, trov la scatola da nastri nel luogo indicato; poi si azzim con cura ed usc.
Era uno splendido sole; ma il cammino ch'egli doveva percorrere era alquanto lungo, ed Harry pens con amarezza che, per quella furiosa irruzione del Generale, Lady Vandeleur non si era ricordata di dargli i danari per il cab. Cosicch, in quella giornata soffocante, la sua bella carnagione correva tutto il rischio d'essere compromessa; oltrech quel correr su e gi per Londra con una scatola da nastri sotto il braccio costituiva un'umiliazione bell'e buona per un giovane della sua razza. Sost un istante e si consult sul da fare. I Vandeleur abitavano in Eaton Place e la casa dov'egli doveva recarsi era presso Nothing Hill. Allora entr all'Hyde Park e prese a risalirlo cercando di camminare per luoghi aperti onde evitare i viali affollati, e ringraziando la sua stella ch'era ancora di buon mattino.
Bramoso di liberarsi al pi presto dello scatolone, camminava un po' pi svelto dell'ordinario, e s'era gi inoltrato parecchio nei Giardini di Kensington, quando, in un luogo appartato, frammezzo agli alberi, si trov faccia faccia col Generale.
"O mi scusi, Sir Thomas!" esclam Harry ritirandosi compunto da un lato poich l'altro s'era piantato l sul sentiero. "Son venuto qui a far un passeggino in mezzo a questi alberi".
Il Generale picchi il bastone sulla scatola da nastri.
"Con quest'arnese sotto il braccio?... Voi mentite e sapete di mentire!"
"Pu darsi, Sir Thomas, ma si  ch'io non sono avvezzo ad esser affrontato con un tono cos perentorio".
"Voi non avete ancora capita la vostra posizione!" url il Generale. "Voi siete mio domestico e domestico d'una persona sulla quale nutro gravi sospetti. Credete forse ch'io possa immaginare che il vostro scatolone sia pieno di cucchiaini da t?"
"Contiene un cappello di seta d'un amico mio".
"Bene" replic il Generale "fatemi vedere il cappello di seta dell'amico vostro. Ci ho un certo gusto io pei cappelli in genere" soggiunse con un ghigno feroce "poich, dovete saperlo, sono un uomo alquanto positivo, io".
"Domando perdono, Sir Thomas" si scusava il poveretto. "Ma qui si tratta di cosa privata e personale".
Il Generale, allora, con una mano l'acchiapp di forza per una spalla mentre con l'altra alzava la mazza su di lui nella maniera meno rassicurante del mondo. Harry si sent perduto... Ma, ecco che il cielo si degn inviargli un inatteso difensore nella persona di Charlie Pendragon, il quale usciva in quel momento dall'alberato, e veniva avanti, a gran passi, gridando:
"Gi, gi quelle mani, Generale! Questo non  degno d'un gentiluomo!"
"Aho!" mugghi allora il Generale, volteggiando la mazza sopra il nuovo arrivato. "Mr. Pendragon!... E voi credete, Mister Pendragon, che perch ho avuto la disgrazia di sposare vostra sorella io debba tollerare di venir importunato da un libertino screditato e fallito come voi? La mia parentela con la signora Vandeleur mi ha davvero tolto ogni desiderio di praticare con gli altri membri della sua famiglia!"
"E voi credete, Generale Vandeleur," replic Charlie "che perch mia sorella ha avuto la disgrazia di sposar voi, ella abbia con questo perduto i suoi diritti e privilegi come Lady? Convengo, signore, che con una tale azione ella fece cosa che nessun'altra avrebbe avuto il fegato di fare... Ma essa  pur sempre una Pendragon, ed  mio dovere di proteggerla contro ogni volgare ingiuria; per modo che, foste anche cento volte suo marito, non permetterei mai che la sua libert venisse menomata, n il suo segretario con tal violenza oltraggiato!"
"Eh? Che ne dite, Mister Hartley?" Il generale si volse ad Harry. "Non vi pare che Mister Pendragon sia della mia opinione? Anch'egli si direbbe sospetti qualche relazione fra Lady Vandeleur e il cappello di seta del vostro amico..."
Charlie, allora, s'accorse d'aver commesso un imperdonabile errore e corse ai ripari.
"Che?" esclam "io ho dei sospetti? Ma io non sospetto di nulla e di nessuno. Soltanto quando mi trovo dinnanzi a un prepotente, a uno che maltratta gl'inferiori, mi prendo la libert d'intervenire". E, nello stesso tempo, fece ad Harry un cenno che il poveretto era troppo trasognato in quel momento per intendere.
"In quale modo debbo io interpretare queste vostre parole?" domand Vandeleur.
"Nel modo che pi vi piace" replic Pendragon.
Il Generale lev il bastone e lo lasci andare sulla testa di Charlie, ma questi, ancorch zoppo, seppe scansare il colpo col parasole, poi si cacci sotto. E i due vennero alle mani.
"Fuggi, Harry!" ebbe tempo di gridare Pendragon. "Fuggi via, balordo!"
Harry rest l un istante a guardare quei due che lottavano avvinghiati in una stretta feroce; poi vir sui tacchi e si di a fuggire.
Quando fu in grado di volgersi e gittare una occhiata all'indietro, vide il Generale che, steso a terra, mentre Charlie gli era sopra col ginocchio puntato sul petto, faceva ogni sforzo per veder di rovesciare la situazione: e il giardino che s'andava affollando di gente accorrente da tutte le parti verso il luogo della lotta. Non ci volle che quella vista per metter l'ali ai piedi al nostro segretario. Ripigli a correre con gran foga, e non rallent che quando fu sulla strada di Bayswater. L si cacci, a caso, entro una straduccia privata.
Lo spettacolo di quei due gentiluomini che egli ben conosceva e che si picchiavano con santa ferocia, offendeva profondamente la sua sensibilit. Non bram altro pel momento che dimenticare una tal vista; ma, soprattutto, di porre molta strada fra s e il Generale Vandeleur. E intanto, nella sua agitazione, gli accadde di dimenticare ogni dato preciso intorno al luogo dove doveva recare la sua commissione; e camminava svelto, a capo basso, tremando. Se poi pensava che Lady Vandeleur era, rispettivamente, moglie e sorella a quei due gradassi, il cuore gli ardeva di gran simpatia per una donna cos infelice e cos mal messa nella vita. Ora, alla luce di quel brutto evento, anche la sua situazione nella casa del Generale gli parve un po' meno bella e meno divertente.
Compreso di questi pensieri, fece ancora un buon tratto di cammino, quando un improvviso urtone con un altro viandante, gli ricord che aveva sotto il braccio una scatola da nastri.
"Dio!" esclam. "O dov'ero con la testa? E dove sono avviato adesso?"
Guard la busta che Lady Vandeleur gli aveva dato. C'era s l'indirizzo del luogo, ma non il nome della persona cui andava recata. Su quelle sole indicazioni Harry doveva semplicemente recarsi a domandare "d'un signore che aspettava un pacco da Lady Vandeleur" e, se non era in casa, tornarsene. Il signore, aggiungeva il biglietto, gli avrebbe poi consegnata una ricevuta scritta di pugno dalla signora Vandeleur.
Tutto questo appariva una faccenda straordinariamente misteriosa; ma ci che pi stupiva il nostro Harry era ch'ella avesse tralasciato di mettere sulla busta il nome della persona, e poi quella formalit della ricevuta. A tutti questi particolari egli poco ci aveva badato quando la signora glieli aveva esposti, ma ora, rileggendo il biglietto a mente calma, e mettendolo in relazione con gli altri strani casi che gli eran occorsi poco prima, venne proprio nella convinzione di trovarsi mescolato ad un assai misterioso affare.
Per un istante gli balen qualche sospetto anche su Lady Vandeleur. Poich, quantunque trovasse queste strane manovre affatto indegne di cos nobile gentildonna, tuttavia pensava ch'ella sempre lo aveva tenuto all'oscuro dei suoi segreti. Ma quella donna esercitava su di lui un potere cos assoluto, ch'egli di presto passata a tutti i sospetti e si rimprover perfino di essere arrivato a concepirli.
In una sola considerazione, per, il suo dovere e il suo interesse, la sua generosit e la sua paura andavan d'accordo: liberarsi al pi presto della scatola da nastri.
S'avvicin a un policeman e, domandatolo gentilmente della strada, seppe che non era lontana dal luogo verso cui era incamminato. Infatti, dopo pochi minuti, si trov in una viuzza fuori mano, davanti a una piccola casa dipinta di fresco e tenuta con la cura pi scrupolosa. Il martello della porta e la catena del campanello erano ben forbiti: vasi d'erbe fiorite adornavano i davanzali delle finestre e cortine di ricche stoffe celavano l'interno della casa allo sguardo dei viandanti. Il luogo aveva un'aria di riposo e di segretezza. Harry, pulite con cura le scarpe davanti all'uscio, vi assest un buon colpo.
Subito una cameriera venne ad aprire, di bell'aspetto, che gett sul nostro segretario una poco benevola occhiata.
"Ecco qua uno scatolone mandato da Lady Vandeleur" fece Harry.
"Va bene" rispose la cameriera con un cenno del capo. "Ma il signore  fuori di casa. Volete lasciarlo a me?"
"Non posso" replic Harry. "Questo pacco debbo consegnarlo soltanto a certe condizioni. Abbiate quindi la bont di lasciarmi aspettare qui".
"Fate pure" diss'ella. "Per questo non ho nulla in contrario. Sono sola qui: ma voi non avete mica l'aspetto d'un mangiatore di ragazze. Bisogna, per, che in nessun modo mi domandiate il nome del mio padrone, perch non debbo, n posso, rivelarlo a nessuno".
"Ah, cos?" fece Harry. "Strano! Bah, ormai, da qualche ora io vo' passando di sorpresa in sorpresa. Una cosa, per, mi permetterete di chiedervi. Il signore  il padrone di casa?
" soltanto pigionale, e non da pi di otto giorni... E voi, dite un po', conoscete Lady Vandeleur?"
"Sono il suo segretario privato" fece Harry arrossendo modestamente d'orgoglio.
" graziosa, non  vero?" insist la ragazza.
"Oh, bella!" esclam Harry "meravigliosamente bella e, per di pi, buona e gentile".
"Anche voi mi sembrate gentile" incalz la fanciulla. "Eh, lasciatemelo dire, voi meritereste non una ma dodici Lady Vandeleur!"
Harry fu scandalizzato.
"Io!... Ma io sono soltanto il suo segretario privato".
"Che? Credevate dicessi questo per me?" fece la ragazza. "Eh, io sono soltanto una cameriera, se non vi spiace". Poi, moderando il tono delle parole, al vedere la manifesta confusione che s'andava pingendo sul volto di Harry: "Lo vedo bene che non pensate nulla del genere... Ma queste padrone, eh? Mandare per la strada un vero gentiluomo come voi con uno scatolone sotto il braccio, e di pieno giorno!"
Durante questi discorsi essi non s'eran rimossi dalla loro posizione. Ella stava sul gradino dell'uscio, lui in basso sul sentiero, a testa scoperta per godersi un po' il fresco, e lo scatolone sul braccio. Ma a quell'ultime parole della ragazza, sentendosi incapace di reggere a tutti quei complimenti che ella gli lanciava a bruciapelo e alle incoraggianti guardatine con cui li accompagnava, egli cominci a mutare atteggiamento e gittava occhiate a destra e a sinistra piene di turbamento. Fu allora che, volgendo il viso verso il fondo del vicolo, vide, con indescrivibile terrore, apparire il Generale Vandeleur.
Il Generale, in agitazione grandissima, accaldato e furente, aveva scorrazzato le strade in cerca del cognato, ma, come aveva scorto quel delinquente di segretario, i suoi propositi avevano mutato rotta, la sua collera inalveatasi per altro canale e, voltosi da quella parte, pigli su per il vicolo, gesticolando e vociando come un dannato.
Harry, in un batter d'occhio, spintosi avanti la cameriera, si cacci dentro casa, appena in tempo per sbatter l'uscio sulla faccia dell'inseguitore.
"C' un catenaccio qui?... Per carit, serratelo!" fece, intanto che una salva di picchiate fioccava sull'uscio destando echi per tutta la casa.
"Ma che c'? che v'accade?" esclam la ragazza. "Avete paura del vecchio signore?"
"Se fa tanto d'acciuffarmi" soffi Harry "son bell'e spacciato.  tutto il giorno che mi d caccia.  un ufficiale che viene dall'India. Ha con s un bastone con lo stocco!"
"Bei modi davvero!" esclam la fanciulla. "Ma come si chiama quel gradasso?"
" il Generale, mio padrone" rispose Harry. "Egli tien dietro a questo mio scatolone".
"Non lo dicevo io?" fece la ragazza, con un malizioso sorriso. "Eh, non avevo mica tutti i torti di pensare un pochetto male della vostra Lady Vandeleur! Se non siete un minchione, avreste pur dovuto capire chi  costei: qualche ingrata e capricciosa civetta, son certa".
Il Generale intanto rinnovava i suoi attacchi al martello dell'uscio, e la furia e l'impazienza esasperandosi con l'indugio, cominci pure a sparar calci e pestate sul regolo della porta.
"Fortuna" esclam la fanciulla "ch'io son sola in casa. Cos il vostro Generale pu picchiare fin che n'ha voglia, che nessuno gli aprir. Venite con me".
E condusse Harry nella cucina dove lo fece sedere, ed ella stessa gli si venne a metter vicino e gli pose una mano sulla spalla, piena di amichevole affabilit. Anzich decrescere, lo strepito all'uscio aumentava, e ad ogni sfuriata il povero segretario si sentiva un nuovo tuffo al cuore.
"Come vi chiamate?" domand la fanciulla.
"Harry Hartley".
"Io mi chiamo Prudenzia" continu lei. "Vi piace Prudenzia?"
"Oh, molto!" esclam Harry. "Ma sentite, sentite come picchia quell'indemoniato... Vuol sconquassarvi l'uscio! Dio mio, se vi riesce, come dire che m'accoppa!"
"Ih, come v'avvilite per poco!" rispose Prudenzia. "Ma lasciate che il vostro Generale si scortichi le dita fin che n'ha voglia. Credete vi avrei trattenuto qui se non fossi certa di tenervi al sicuro? Oh, io sono buona amica a quelli che mi piacciono! E poi, se mai, qua dietro casa, v' una porticina che d su un altro vicolo..."
All'udire questa buona notizia Harry salt in piedi di colpo, ma Prudenzia lo rimise a sedere e gli disse:
"Ebbene, quella porticina non ve la indicher se non quando m'avrete dato un bacio... Volete darmi un bacio?"
"Se lo voglio!" esclam Harry ricordandosi d'esser un giovinotto galante. "Oh, ma non per la vostra porticina di dietro, veh, ma perch siete una brava e onesta ragazza!"
E, detto fatto, le somministr due o tre bacioni cordiali che gli vennero resi con altrettanto trasporto.
Allora Prudenzia lo condusse alla porticina di dietro, e mise mano alla chiave.
"Verrete a trovarmi qualche volta?" domand.
"Verr certamente" rispose Harry. "A voi debbo la vita".
"Ed ora" essa soggiunse aprendo la porta "fuggite, ma lesto, perch vado ad aprire al Generale".
Harry aveva proprio bisogno che glielo dicessero, di fuggire lesto! La paura lo teneva pei capelli, ed ei mise a tutt'impegno le sue gambe. Pochi passi ancora, e sarebbe fuor d'ogni pericolo e tornato a Lady Vandeleur sano ed onorato. Ma quei pochi passi ancor non li aveva fatti, che ud la voce d'un uomo che lo chiamava alto per nome, imprecando. Si volse, e chi vide? Proprio Charlie Pendragon che agitava le braccia di lontano facendogli cenno di tornar indietro. Il colpo che gli rec questa nuova apparizione fu cos improvviso e terribile, ed egli si trovava in tale affanno di nervi, che, in quel momento, non pens che ad accelerare il passo e continuare la sua rotta. Sol che si fosse rammentato la scena di Kensington Gardens avrebbe concluso che se il Generale era suo nemico, Charlie Pendragon non poteva che essergli amico. Ma tale era lo scompiglio in cui si trovava che proprio nessuna di queste considerazioni gli balen alla mente, ed egli continu la sua corsa disperata su pel vicolo.
Charlie, a giudicare dal suono della voce e dalle triviali frasi che lanciava dietro al segretario, doveva esser molto fuor di s dall'ira. Pur egli si sforzava di correre a tutt'uomo, ma la sua fisica disgrazia non gli permetteva di ottenere qualche vantaggio sul suo inseguito, tanto che le sue grida e lo strepito della gamba zoppa sull'acciottolato si fecero sentire sempre meno, finch dileguarono del tutto.
Le speranze di Harry cominciarono a ravvivarsi. Il vicolo era ripido ed angusto, ma anche assai solitario, fiancheggiato com'era d'ambedue i lati da muraglioni di giardini e tenuto in ombra dall'ampio frascame che vi pendeva su. Fin dove il fuggiasco poteva scorgere davanti a s non eravi anima viva n porta aperta. Si vede che la Provvidenza, questa volta, stanca di perseguitarlo, gli aveva finalmente preparato un campo favorevole di fuga.
Ma, di l a poco, com'egli pass rasente al cancello d'un giardino, dove la strada faceva un rientro sotto un folto di castagni, dando un'occhiata l dentro, scorse sul sentiero del giardino un garzone di macellaio che veniva avanti con un truogolo fra le braccia. Appena s'era accorto di ci che era gi parecchi passi sul lato opposto della strada. L'altro per aveva avuto tempo di osservar bene lui e sorpreso di veder correre un signore a quel modo, si slanci fuori sul vicolo e gli grid dietro:
"Scappa! scappa!"
Allora Charlie Pendragon ebbe un'idea e, quantunque sfiatato, trov tanta voce da gridare:
"Dlli al ladro!"
E subito il macellarino raccolse il grido e si slanci all'inseguimento.
Fu un momento assai critico per il povero Harry. Gi il terrore lo rendeva incapace di accelerare il passo e pigliar vantaggio sui suoi inseguitori; oltrech s'avvedeva ormai di essere all'esaurimento delle sue forze, e pensava che, se si fosse imbattuto in qualcuno durante quella corsa, poteva dirsi perduto.
"Bisogna che trovi da rimpiattarmi" pens "e subito, altrimenti son bell'e spacciato".
In quella il vicolo svolt ed egli si trov di colpo celato alla vista dei suoi inseguitori.
Ci son momenti in cui anche il meno coraggioso sa diportarsi con intrepidezza e decisione, e il pi cauto sbarazzarsi della sua prudenza per appigliarsi a folli e temerarie risoluzioni. Cos fu di Harry. Quanti lo conobbero sarebbero rimasti sorpresi al vedere l'audace temerit di cui di prova in quel momento. Si ferm di botto, lanci la scatola al di sopra del muraglione e, spiccato un gran salto, s'aggrapp alla cima del muro, poi piomb gi di l, dentro il giardino.
Dopo qualche istante, rimessosi dall'intontimento, si guardava attorno. Stava seduto sull'orlo d'un rosaio. Aveva le mani e le ginocchia tutte tagliuzzate e sanguinanti, poich il muro, a difenderlo dalla possibilit di simili scalate, era stato abbondantemente disseminato di cocci di bottiglie: di pi si sentiva le ossa slogate e peste e il cervello a guazzo. Spinse lo sguardo attraverso il giardino, e lo vide tenuto in bell'ordine, tutto messo a fiori che tramandavano le pi delicate fragranze: in fondo poi era una casa di considerevole ampiezza, che sembrava abitata, ma cadente, mal tenuta e di misera apparenza, che faceva strano contrasto col giardino. Dall'altro lato il muro di cinta appariva troncato.
Gli aspetti di questa nuova scena Harry li colse, per cos dire, con un'occhiata automatica, perch, pel resto, in quel momento, era incapace affatto di raccapezzare il senso di ci che vedeva e trarne qualche logica deduzione. S che quando ud dei passi sulla ghiaia del viale che s'avvicinavano, volse gli occhi da quella parte, ma senza alcuna voglia di difendersi n di fuggire.
L'uomo che sopraggiungeva adesso era un personaggio corpulento, rozzo e molto sudicio, che indossava una casacca da giardiniere e teneva un annaffiatoio nella mano sinistra. Uno che fosse stato meno sbalordito di Harry si sarebbe un po' allarmato all'aspetto di quell'uomo grande e ai suoi occhi scuri e accipigliati. Ma Harry era troppo sconquassato dalla caduta perch gli riescisse anche d'esser allarmato; e sebbene non si peritasse distogliere lo sguardo dal giardiniere, pure rest l, inerte, lasci che quello gli s'accostasse, lo afferrasse rudemente per una spalla e lo rimettesse in piedi, senza opporre resistenza.
Per un istante i due stettero a fissarsi negli occhi: Harry come affascinato, l'altro squadrandolo con un ghigno traverso pieno di crudele e beffarda canzonatura.
"Chi siete?" domand l'uomo finalmente. "Chi siete voi che mi scavalcate di volo il muro e mi sciupate le mie "Gloire de Dijon"? Come vi chiamate?" e gli diede uno scossone. "Che affari avete da queste parti?"
Harry non arrivava a metter insieme una parola di spiegazione.
Ma, proprio in quel momento, Pendragon e il macellarino passavano correndo di l dal muro, e il trepestio dei passi e le rauche strida facevano gran baccano su per lo stretto vicolo. Il giardiniere, allora, comprese.
"Un ladro!" egli grid. "Ah, parola ch'avete scelto un buon mestiere, voi, anche al vedere come siete rinfronzolito da capo a piedi come un signore. Ma non avete vergogna andar attorno per il mondo in queste sciccherie, in mezzo alla gente onesta che, putacaso, sarebbe contenta di acquistar questi vostri fronzoli anche di seconda mano? Su, parlate, canaglia! Lo capite l'inglese s o no? L, vo' un po' discorrerla con voi, avanti di portarvi al prossimo posto di polizia".
"Signore," rispose Harry "noi qui siamo vittime d'un terribile equivoco. Abbiate la bont di venir con me da Sir Thomas Vandeleur in Eaton Place, e vi prometto che l ogni cosa vi sar chiarita. E dire che anche la persona pi onesta pu esser trascinata in una situazione equivoca!"
"Signorino mio," ribatt il giardiniere "con voi non mi garba d'andare pi in l del prossimo posto di polizia. L c' il Commissario il quale sar certamente felice di fare una passeggiata con voi fino in Eaton Place e bere una tazza di t in compagnia di quel vostro illustre amico. Sir Thomas Vandeleur! Come non lo conoscessi, io, un signore, quando ne vedo uno che mi scavalca i muri a questo modo... Bene, io vi leggo come una bibbia, voi. Questa camicia vi deve costare almeno quanto il mio cappello della festa; questa giacca, lo giurerei, non deve aver mai bazzicato pel Mercato degli Stracci; e questi stivaletti..."
Qui di colpo cess dal suo inventario, poich lo sguardo, disceso fino a terra, era rimasto l fitto con intensit su qualcosa che si trovava ai piedi di Harry.
"Per Dio, ch' questo?" esclam con una strana voce.
Harry allora segu la direzione dello sguardo di lui e vide cosa che lo fece allibire dallo stupore e dallo sgomento. Nel saltar gi dal muro, egli era caduto sullo scatolone e l'aveva squarciato per mezzo da cima a fondo: e di l era uscito fuori un gran tesoro di diamanti, che ora giaceva l per terra, parte calpestato, parte sparpagliato sul terreno in una profusione e magnificenza veramente regale. V'era l uno splendido diadema ch'egli spesso aveva visto brillare in fronte a Lady Vandeleur e c'erano anelli e spille da petto, orecchini e braccialetti, e de' brillanti che mandavano guizzi e barbagli in mezzo al rosaio, come gocce di rugiada. Una fortuna principesca stava l sciorinata per terra, in mezzo ai due uomini... un tesoro nella sua forma pi seducente, pi solida e pi duratura, da farne una grembiulata, splendido in s, riflettente la luce del sole che frastagliava nel fulgore iridato di mille arcobaleni.
"Mio Dio!" grid Harry. "Son perduto!"
E il suo pensiero fog su velocissimo attraverso il passato, e cominci a comprendere allora gli avvenimenti della giornata, ad afferrarli come in un tutto, a riconoscere il bieco imbroglio nel quale la sua onest e la sua sorte erano stati gittate. Si guard intorno, quasi per scoprire una salvezza, ma egli era solo in quel giardino, solo con quel tesoro sparpagliato e col suo pauroso interlocutore. Tese l'orecchio. Non udiva che il fruscio delle foglie e il battito affrettato del suo cuore. Si sent venir meno, e con voce disperata mormor ancora:
"Son perduto!"
Il giardiniere guat da ogni parte con aria circospetta, ma visto che non c'erano facce alle finestre, parve respirare.
"Su, rimettetevi," diss'egli "balordo! Il peggio della faccenda l'avete fatto... E perch non dirlo prima che avevate qui roba per tutti e due? Per due?" soggiunse "Aho, per duecento!... Ma su, venite via di qua, che ci pu esser qualcuno che ci scorge... E accomodatevi il cappello, e datevi una spolveratina alle vesti".
Mentre Harry, automaticamente, badava a metter in pratica quei consigli, il giardiniere, postosi in ginocchio, in fretta e furia raccoglieva da terra i gioielli e li rimetteva dentro lo scatolone. Il contatto di quei preziosi cristalli mandava un brivido su per la robusta impalcatura dell'uomo, la sua faccia si trasfigurava, i suoi occhi brillavano di concupiscenza: pareva si compiacesse a indugiarsi con volutt in quell'occupazione dilettosa, a giocherellare con ogni brillante che gli passava tra mano. Alla fine li ebbe tutti raccolti e riposti; nascose lo scatolone sotto la casacca e fatto un cenno ad Harry si avvi, precedendolo, in direzione della casa.
Sulla porta, trovarono un giovinotto che apparteneva agli ordini ecclesiastici. Era tutto in nero, singolarmente bello e distinto, con un aspetto in cui si alternavano dolcezza e risolutezza, e assai lindamente acconciato secondo le norme della sua casta.
Il giardiniere apparve alquanto interdetto alla vista di lui, ma fece buon viso a cattivo gioco e gli si avvicin con aria ossequiosa e un cordiale sorriso a fior di labbro.
"Bel pomeriggio, eh, Mister Rolles?" diss'egli. "Bello, proprio com' vero Dio!... Ecco qua un mio giovane amico, che gli  venuto l'uzzolo di venir a visitare le mie rose. Cos che io mi son preso la libert di condurlo qui, pensando che i miei ospiti non avrebbero trovato nulla da ridire".
"Per me" rispose il Reverendo "non ho nessuna difficolt: n credo gli altri abbian a opporne a una questione di s lieve importanza. Il giardino  vostro, Mister Raeburn, e nessuno di noi deve dimenticarlo. Ora, poich voi ci avete data libert di passeggiarvi a nostro talento, sarebbe assurdo noi presumessimo dalla vostra cortesia che aveste a opporvi al desiderio del vostro amico. Ma, mi pare..." soggiunse, fissando Harry "questo signore di conoscerlo... Mister Hartley, se non erro. Oh, mi duole vedere che avete subito una caduta, Mister Hartley".
E tese la mano ad Harry.
Il quale, un po' per certo suo dignitoso pudore di donzella che aveva, un po' pel desiderio di allontanare il pi possibile il momento di dare una spiegazione dell'accaduto, risolse rifiutare quell'occasione di salvezza che gli si porgeva e negare la propria identit. Tra i due prefer aver fiducia nella discrezione del giardiniere, che infine gli era uomo ignoto, anzich dover appagare la curiosit e magari dar ansa ai sospetti d'una persona che lo conosceva.
"Sono spiacente", fece allora "ma temo, signore, che siate incorso in qualche errore. Io mi chiamo Thomlinson, e sono amico qua di Mister Raeburn".
"Davvero?" rispose Mister Rolles. "Ma la vostra somiglianza con Mister Hartley  impressionante".
Mr. Raeburn, ch'era stato sulle spine durante tutto questo colloquio, cap essere venuto il momento buono di porvi termine.
"Vi auguro buon passeggio, Mister Rolles" esclam egli in fretta e, detto fatto, trascin Harry dietro di s fin dentro casa. L lo condusse a una camera che dava sul giardino.
Sua prima cura fu calar le tendine perch Mister Rolles era rimasto ancora dove l'avevan lasciato, in un atteggiamento un po' perplesso e pensieroso. Poi, svuotato sulla tavola il contenuto dello scatolone, sti l davanti al tesoro sciorinato con un'espressione di avido rapimento, soffregando di piacere le mani lungo le cosce.
Quanto ad Harry, era un altro colpo al cuore da aggiungersi ai tanti gi provati, questo di osservare la faccia dell'uomo resa bestiale dalla sua volgare concupiscenza. Gli pareva impossibile, a lui giovane elegante e raffinato, esser piombato nella lurida compagnia di quel furfante cos sordido, cos vile. Nessun atto peccaminoso aveva da rimproverarsi Harry, eppure era costretto a soffrire la punizione di un peccato nella sua forma pi cruda e pi ignobile: lo spavento della punizione, l'esser ridotto a sospettar male di tante persone ch'egli credeva buone ed oneste, e la compagnia, il contatto contaminatore di una natura bruta e miserabile. Avrebbe dato la vita pur di poter scappar via da quella casa.
"Ed ora" disse Mister Raeburn dopo aver diviso in due parti quasi eguali il mucchio dei gioielli, e tiratone una presso di s "ora noi potremo spassarcela grassamente. Voi avete a sapere, Mister Hartley, se pur vi chiamate cos, ch'io son uomo d'indole buona, e che la mia bont  sempre stata la cosa che m'ha inceppato di pi nella vita. Tutta questa bella roba, per esempio, io potrei mettermela in saccoccia allegramente, se volessi, e senza che voi aveste a rifiatare. Ma, che volete, io v'ho gi preso a benvolere, e vi dichiaro che non ho cuore di pelarvi poi troppo. In tutt'amicizia, dunque, vi propongo di spartire fra noi il bottino. Cosicch" soggiunse additando i due mucchietti "queste sarebbero le parti che avrei fatte, le quali mi sembrano giuste ed amichevoli. Avete qualcosa da opporre? Via, io non sono uomo da star a quisquiliare per due orecchini".
"Ma, signor mio", fece Harry "ci che voi mi proponete  assurdo. Questi gioielli non mi appartengono, e io non posso spartirli con chicchessia, e in nessun modo".
"Non v'appartengono?" replic Raeburn. "E non volete spartirli? Oh, ma questa  una gran disgrazia, perch, in tal caso, sono costretto a portarvi alla polizia... La polizia, pensate!" e gli afferr il polso.
"Io non so che farci..." piagnucol Harry. "Non  colpa mia... Ma non volete proprio venire con me in Eaton Place?"
"No, non ci vengo, state certo. Preferisco spartire con voi, en amiti, questi quattro gingilli".
E qui di una brusca e vigorosa torsione al polso del ragazzo.
Harry non pot trattenere uno strillo, e il sudore gli sprill di sulla faccia. E fosse il dolore o lo spavento che avevano aguzzato il suo intelletto, certo  che, in quell'istante, l'intera faccenda gli apparve sotto una luce nuova; cap che, pel momento, non gli rimaneva che acconsentire alla proposta del furfante e confidare poi che, una volta arrivato a casa, avrebbe trovato modo di fargli vomitare tutto il rubato.
"Accetto" disse.
"T, l'agnellino!" ghign il giardiniere. "Oh, lo immaginavo bene che alla fine avreste capito qual era il vostro interesse... Questo scatolone" soggiunse poi "meglio gli dia fuoco l sul mio immondezzaio: potrebbe dar nell'occhio a qualche curioso. E, adesso, pigliate su le vostre brillantezze e mettetele in saccoccia".
Harry obbed, e Raeburn lo guardava sotto sotto, mentre la sua cupidit si riaccendeva allo scintillio di qualche gioiello pi prelibato, s che pigliandolo su dal mucchietto del segretario lo faceva passare presto nel suo.
Quand'ebbero finito, ambedue si avviarono verso la porta di casa. Raeburn l'apr adagino, mise il capo allo spiraglio e gitt un'occhiata sulla strada. Doveva esser deserta, perch, voltatosi, agguant Harry per la collottola, e tenendogli il capo all'ingi in modo da non lasciargli scorgere che il pavimento della strada, lo andava spingendo innanzi con energia, su per una strada gi per l'altra, per lo spazio di quasi un minuto e mezzo. Harry dovette contare tre cantonate avanti che quella faccia ladra lo lasciasse andare e, gridandogli: "Ed ora pei fatti vostri!", lo gratificasse pure d'una atletica pedata che lo ruzzol bocconi in mezzo alla via.
Come riusc a rimettersi in piedi era tutto stordito, e il sangue gli colava abbondantemente gi dal naso.
Mr. Raeburn era scomparso.
Sul momento l'angoscia e il dolore invasero cos profondamente l'animo del poveretto ch'egli sbott in un gran pianto e rimase l in mezzo alla strada a singhiozzare. Ma poi, calmatasi la sovreccitazione, cominci a guardarsi attorno e cercare il nome della strada dove si trovava e che l in quel punto faceva crocicchio. Era ancora in una parte del West di Londra, poco frequentata, in mezzo a ville e a vasti giardini; ma egli scorse pure alcune persone affacciate alle finestre, le quali dovevano aver assistito alla scena della pedata e del ruzzolone: e, quasi in quel punto, una cameriera venne correndo fuor da una di quelle case, e gli porgeva un bicchier d'acqua. Nello stesso tempo un sudicio pezzente che girandolava in quei pressi s'accost.
"Poverino", fece la cameriera "come v'ha conciato! Avete i ginocchi pesti, gli abiti a sbrendoli. Lo conoscete quel villanaccio che v'ha ridotto in questa maniera?"
"Se lo conosco!" esclam Harry, un poco ristorato dall'acqua. "E riuscir, vedrete, a trascinarlo a casa, a suo marcio dispetto, e gli far pagar caro il suo sopruso".
"Ma ora venite qui dentro che potrete lavarvi e spazzolarvi un poco" prosegu la cameriera. "Non temete, la mia padrona vi accoglier con piacere. Qua, vi piglier su io il cappello... Ma che v' accaduto, Vergine Santissima?... Avete sparpagliato diamanti per tutta la strada!"
Cos era. Una buona met dei gioielli che ad Harry erano rimasti salvi dalla rapina di Raeburn, capitombolando egli, eran saltati fuori dalla saccoccia, ed ora giacevano l un'altra volta per terra. Poteva ringraziare il cielo che la ragazza era stata svelta a scorgerli, ch poteva capitargli di peggio, tanto che il ricuperare adesso quei pochi gli parve cos gran cosa quanto l'aver perduto il resto. Ma, ahim, ecco che mentre son intenti a raccogliere il disgraziato tesoro, il pezzente, che li guatava, s'avventa su di loro, con un colpo delle braccia rovescia per terra lui e la cameriera, piglia su due manciate di gioielli a casaccio e se la d a gambe con rapidit fulminea.
Harry, rialzatosi precipitosamente, si slancia gridando dietro al ladro, ma questi, assai lesto di gamba e probabilmente assai pratico dei luoghi, di l a poco, svolta una cantonata e dispare alla loro vista.
Nella pi profonda costernazione, Harry torn sul posto della disgrazia. La fanciulla era l che lo attendeva. Gli porse il cappello e il rimanente dei diamanti che aveva raccolto da terra. Harry la ringrazi e salut di cuore, poi, recatosi alla pi vicina stazione di cab, giacch ora non era pi in vena di economie, salt entro un di quelli e si fe' condurre in Eaton Place.
Col arrivato trov tutta la casa per aria. In anticamera, i domestici in crocchio non sepper trattenere segni di contentezza all'apparire della sparuta figura del segretario. Il quale pass lor davanti con un'aria dignitosa e impettita quale solo egli sapeva assumere in cos gravi momenti, e s'avvi verso il salotto della signora. Ma, appena aperta la porta, gli appare una scena stupefacente, e anche, diciamolo, alquanto poco rassicurante per lui.
Il Generale, sua moglie e Charlie Pendragon stavan discorrendo in gruppo, animatamente e con gravit intorno a cosa che pareva della massima importanza. Harry comprese subito che a lui, oramai, poco rimaneva da spiegare, perch certamente, una piena confessione della frode tentata a danno della sua saccoccia doveva esser stata fatta al Generale, e del fiasco di tutto il piano di rapina. E tutti insieme, ora, eran l che facevano causa comune contro il comun danno.
"Dio sia lodato, eccolo finalmente!" esclam Lady Vandeleur al veder comparire il segretario. "Lo scatolone, Harry, lo scatolone!..."
Harry s'era fermato in faccia a loro muto ed affranto.
"Parla!" grid lei. "Dov' lo scatolone?"
E gli uomini ad appoggiar la domanda con gesti minacciosi.
Harry cav di saccoccia una manciata di gioielli. Era bianco come un cencio.
" tutto quello che rimane" sospir. "Ma vi giuro che non fu per colpa mia... Se avete la bont di aspettare, quantunque una parte sia ormai perduta, com'io temo, irreparabilmente, l'altra, di sicuro, la potremo ricuperare".
"Signora", entr a dire il Generale "voi potete aver fatto debiti per cinquanta volte tanto, potete avermi rubato il diadema e l'anello di mia madre che, alla fin delle fini, v'avrei anche perdonato. Ma voi m'avete sottratto il Diamante del Raj, signora mia, l'Occhio della Luce, l'Orgoglio di Kashgar!... Voi m'avete rubato il Diamante del Raj!" grid levando le mani al cielo "e fra di noi, signora, tutto  finito!"
Al che la donna rispose:
"Generale, questo discorso, vi giuro,  dei pi amabili m'avete tenuto finora; e, nella presente rovina, io mi chiamo ancor fortunata se esso potr almeno aver per effetto di liberarmi di voi. Spesso m'avete rinfacciato che io vi ho sposato per il vostro danaro: ebbene, vi dir che da un pezzo sono gi amaramente pentita di un tale cambio. Per modo che se foste ancor uomo da moglie e possedeste un diamante pi grosso della vostra testa, sconsiglierei persino la mia portinaia di sposare un disgraziato come voi. Quanto a te, Harry," continu volgendosi al segretario "d'abilit ce n'hai mostrate abbastanza qua dentro, e noi siamo convinti che tu manchi di virilit, buon senso e dignit: per cui meglio te ne vada e non ti faccia pi vedere. S' pel tuo stipendio, potrai metterti in lista fra i creditori del fallimento del fu mio marito".
Harry aveva appena afferrato il senso di quelle parole, che il Generale gli fu addosso con una scarica pi formidabile.
"E intanto" proruppe costui "mi seguirete al prossimo Ispettore di polizia. Voi potete aver ingannato un soldato sempliciotto come me, ma l'occhio della legge sapr chiarire i vostri turpi raggiri. Fossi pur ridotto a mangiar cavoli a cagione degli intrighi combinati fra voi e mia moglie, vo' almeno che voi siate premiato per le vostre nobili fatiche. E Dio certo non mi negher questa grande soddisfazione di veder voi a mangiare pane e veleno per tutto il tempo di vostra vita!"
Cos detto, trascin Harry fuor del salotto, lo spinse gi per le scale e lungo la strada, finch arrivarono al posto di polizia del distretto.
Qui (dice il mio autore arabo) ha termine la deplorevole istoria dello scatolone da nastri. Ma, per lo sventurato segretario, il difficile era avviarsi a una vita nuova e pi dignitosa. La polizia fu facilmente persuasa della sua innocenza. Egli forn tutti gli schiarimenti e gli aiuti che potevano indirizzarla nelle sue ricerche, e ricevette pure delle congratulazioni da uno dei capi per l'onest e la schiettezza del suo procedere. Parecchie persone s'interessarono alle sue disgrazie, e dopo qualche tempo ebbe a ereditare una somma di danaro da una zia non maritata che abitava nel Worcestershire. Sul che egli spos Prudenzia e fe' vela per Bendigo, o, secondo altra versione, per Trincomalee, contento come una pasqua e pieno il capo di progetti.
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CAPITOLO 2. STORIA D'UN GIOVANE PRETE
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Il Reverendo Mister Simon Rolles eccelleva nello studio delle Scienze Morali e pi che mediocri progressi aveva fatto nello studio della Divinit. La pubblicazione d'una sua tesi sul "concetto cristiano delle obbligazioni sociali" gli aveva anzi procacciato una certa celebrit all'Universit di Oxford, e, fra gli studiosi di problemi religiosi, si diceva che il giovine Rolles stava lavorando a un'opera assai importante intorno all'autorit dei Padri della Chiesa. Tutta questa dottrina e questi ambiziosi disegni eran tuttavia ben lontani dal dare qualche pratico indirizzo alla sua vita; ed egli era in cerca della sua prima cura d'anime, quando, un giorno, vagabondando a caso per quei paraggi di Londra dove avvennero i fatti test narrati, fu indotto dall'aspetto tranquillo e signorile del giardino, dal bisogno di studio e di solitudine e dalla modicit del prezzo dell'alloggio, a prender dimora presso Mister Raeburn, il giardiniere proprietario della casa di Stockdove Lane.
Dopo aver sgobbato sette o otto ore intorno a Sant'Ambrogio o a San Grisostomo, Mister Rolles aveva l'abitudine ogni pomeriggio di fare un passeggino di qualche oretta in mezzo ai rosai del giardino, meditando. Anzi, di consueto, era quello uno dei momenti pi fecondi della sua giornata. Tuttavia n la sua disposizione al meditare, n l'entusiasmo con cui si metteva attorno a problemi religiosi, eran cos forti da sottrarre lo spirito del nostro filosofo dai pi tenui contatti e urti della vita. Cos che, quando vide il segretario del Generale Vandeleur tutto lacero e sanguinante in compagnia del padrone di casa, quando s'accorse che tutt'e due mutavan di colore e cercavan eludere le sue domande, e, soprattutto, il primo che negava la sua identit cos sfacciatamente, ben presto dimentic i suoi Santi e i suoi Padri e si pose a meditare su quella strana faccenda.
"Non v'e dubbio," pensava "quello era proprio Mister Hartley in persona. Ma come diavolo  piovuto qua dentro? E perch nega il suo nome? E che affari pu egli avere con quel birbante del mio padrone?"
Mentre si faceva queste domande, un'altra circostanza attir la sua attenzione. Mister Raeburn era apparso alla finestra terrena vicino alla porta, e, a caso, i suoi occhi s'erano scontrati con quelli di Mister Rolles. Subito, come interdetto e spaventato, il giardiniere aveva calate gi a furia le cortine.
"Uhm, sar cosa bellissima," pens Mister Rolles "ma ci vedo poco chiaro. Quest'uomo ha un certo fare soppiattone, come chi non vuol essere scorto. Giurerei che que' due stanno combinando qualche marachella".
Quell'agente di polizia segreta che, dal poco al tanto, dorme in ciascuno di noi, si dest nel petto di Mister Rolles e reclam luce. Allora, con un passo vispo, alquanto in contrasto col suo portamento austero, s'avvi a fare il giro del giardino. Di l a poco arriv al luogo dove Harry era saltato dal muro, e scorse il rosaio tutto guasto, e, l presso, il terreno calpestato. Lev lo sguardo al muro e vide che i mattoni in quel punto erano sbreccati e che un brandello di pantalone svolazzava impigliato in uno di quei cocci di bottiglia che ne incoronavano la cima. Era quello, dunque, il modo che usava l'amico per entrare in un giardino come si deve, a visitare de' rosai?
Si chin e, fischiettando, si di ad esaminare il terreno. Pot subito stabilire il punto dove Harry aveva toccato terra, e quello dove il piede largo e piatto di M. Raeburn era affondato nel terreno per lo sforzo da lui fatto nel pigliar per il collo il giovinotto. Anzi, dopo pi attento esame, gli sembr perfino distinguere segni di dita che dovevano aver brancicato qua e l a raccogliere qualcosa che vi si fosse rovesciato e sparso.
"La cosa comincia a diventare interessante". E, proprio in quella, scorse un oggetto che stava quasi tutto sprofondato nel terreno. Svelto lo disotterr, e vide ch'era un elegante astuccio rilegato in marocchino con cerniera e fregi dorati. Quest'astuccio stava profondamente calcato entro il terreno, e perci era sfuggito alle affrettate ricerche di Mister Raeburn. Mister Rolles lo apr, e scoppi in un grido di meraviglia. Davanti a lui, adagiato sul suo posatoio di velluto verde, stava un diamante di straordinaria grandezza e dell'acqua la pi bella. Era grosso quanto un uovo d'anitra, assai finemente faccettato, e senza macchia. E poich il sole vi batteva su, un fulgore come di scintilla elettrica ne sprizzava fuori, s che pareva ardere fra le sue mani, come se mille fiamme avvampassero dentro al suo cuore.
Il giovine prete poco s'intendeva di pietre preziose, ma il Diamante del Raj era tal portento che si raccomandava da s.
La favolosa bellezza della pietra affascinava lo sguardo del prete, l'idea del suo sconfinato valore confondeva il suo spirito. Ben sapeva egli che quel tesoro valeva anni ed anni delle sue ricerche episcopali, che con quello avrebbe potuto costruir cattedrali pi belle di quelle d'Ely o di Colonia, che, potendone disporre, non avrebbe pi sofferto le penurie della sorte e abbandonarsi intieramente alle sue inclinazioni di studioso, senza stenti, senza incomodi, senza agitazioni. E intanto se l'andava rigirando fra le mani e quello gli spediva su raggi sempre pi vividi, che lo ferivano proprio diritto al cuore.
Spesso azioni decisive furono operate d'un tratto e senza che vi pigliasse parte la ragione. Era il caso di Mister Rolles, che, data una rapida occhiata all'ingiro, e non vedendo che il giardino pieno di sole e gli alti alberi e le finestre della casa con le cortine calate, rinchiuse l'astuccio, lo intasc e s'avvi verso lo studio con la sveltezza d'un ladro.
Nelle prime ore del pomeriggio arriv la polizia con Harry Hartley. Il giardiniere, spaventatissimo, fin col rivelare il suo tesoro, i gioielli furono identificati e ne fu fatto un inventario in presenza di Harry. Quanto a Mister Rolles si mostr assai cerimonioso con gli agenti della polizia, confid con schiettezza quanto sapeva sul caso, e si disse assai dolente di non poter essere loro di maggior giovamento.
"Credo, tuttavia," aggiunse "che le vostre ricerche sieno prossime alla fine".
"Per nulla" rispose uno di quegli ufficiali, ch'era uno scozzese. E gli narr la seconda rapina di cui Harry era stato vittima, e gli fece una descrizione dei gioielli pi importanti che ancor non erano stati ritrovati, dilungandosi in particolar modo sul Diamante del Raj.
"S' come dite, deve valere un'intera fortuna" osserv Mister Rolles.
"Una fortuna? Ma dieci, venti fortune!" ribatt l'ufficiale.
"Il pi" soggiunse il prete, maliziosamente, " trovare da venderlo. Quelle cose l hanno una fisionomia cos particolare!"
"Vero, ma per poco che il ladro sia astuto, pu farlo in tre, quattro pezzi, che tanto ne avr sempre abbastanza da farsi ricco".
"Vi ringrazio della informazione" soggiunse Mister Rolles. "Non potete credere quanto m'interessi".
Sul che il funzionario ammise che la loro professione li portava spesso a conoscere di molte e strane cose, poi si conged.
Mr. Rolles sal alla sua camera. Dio, come gli sembrava angusta e nuda! Gitt sulla libreria un'occhiata, poi ne tolse, volume per volume, parecchi Padri della Chiesa, e li scorse rapido ma nessuno conteneva qualche insegnamento adatto al suo caso.
"Questi vecchi signori" pensava "son senza dubbio de' molto degni scrittori, ma nessuno di essi conosce la vita. Ed eccomi qua, con tanta dottrina in corpo da esser vescovo, incapace di disporre d'un diamante rubato. Bell'insegnamento che ci danno all'Universit!"
Richiuse lo scaffale, si mise il cappello, usc, e si rec al club dov'era socio. L, in quel ritrovo frequentato da gente di mondo, sperava imbattersi in qualche persona avveduta e bene sperimentata. Nella sala di lettura c'erano dei preti e un arcidiacono, tre giornalisti e uno scrittore che si occupava di alta metafisica, e questi giocavano a carte. Pi tardi, all'ora del pranzo, il club si grem delle figure anonime e insignificanti de' suoi frequentatori. "Nessuno di questi" pensava Mister Rolles "saprebbe illuminarmi sul mio tema delicato, pi di quanto lo sappia io stesso".
Finalmente, nella sala da fumare, trov un signore di nobile portamento e vestito con dignitosa semplicit, che stava fumando il sigaro e leggendo la "Fornightly Review". La sua faccia era stranamente sgombra da ogni segno di preoccupazione e di fatica, e c'era alcunch nel suo aspetto che invitava a confidenza o aspettava sommissione. E pi Mister Rolles scrutava le sue fattezze, pi si convinceva d'esser caduto su l'uomo ch'egli desiderava, capace di fornirgli un consiglio profittevole.
"Scusate, signore, se v'importuno," cominci egli "ma si  che dal vostro aspetto mi sembrate un uomo da conoscere assai bene il mondo".
"Infatti ho qualche titolo a questa nobile qualit" rispose il signore deponendo da un lato la rivista e fissando Mister Rolles in viso tra il sorpreso e il divertito.
"Io, signore," continu Mister Rolles "sono un solitario, un uomo di studio, una creatura sempre alle prese con le boccette d'inchiostro e gl'in-folio di patristica. Un caso che m' occorso recentemente m'ha messo davanti agli occhi, in tutta la sua evidenza, questa mia follia. Ed ora desidero istruirmi nella vita. E per vita" soggiunse "non intendo mica le novelle del Thackeray: ma delitti e occulti movimenti della societ, e le norme di condursi con destrezza in mezzo ad eventi strani ed eccezionali. Io sono un lettore paziente, signor mio: ditemi dunque voi, tutto questo ch'io vi domando pu essere appreso dai libri?".
"Mi mettete un po' nell'imbarazzo" rispose il signore. "Confesso ch'io non credo gran che all'utilit dei libri, tranne di quelli che leggo in ferrovia; quantunque non nego vi siano molti buoni trattati sull'astronomia, sullo studio delle sfere, sull'agricoltura e sull'arte di fare i fiori di carta. Ma sulla vita vera e propria, credo non trovereste nulla di buono... Tuttavia, aspettate... Avete letto Gaboriau?"
Mr. Rolles confess di non aver mai udito quel nome.
" uno scrittore che pu giovare al caso vostro... Intanto  molto letto dal Principe di Bismark, quindi, alla peggio, vi troverete, leggendolo, in buona compagnia".
"Vi sono infinitamente grato".
"Sono io che son grato a voi".
"E per che?"
"Per la novit della questione che m'avete sottoposto" rispose il signore, e fatto un gesto cortese come di commiato, si rituff nella lettura della "Fortnightly Review".
Tornando a casa, Mister Rolles acquist lungo la strada un trattato sulle pietre preziose e alcune novelle di Gaboriau. Quest'ultime lesse avidamente sino a ora inoltrata del mattino, ma quantunque gli venissero suggerendo idee nuove, non riusc tuttavia a scoprir l dentro il minimo consiglio sul che cosa dovesse fare col suo diamante rubato. Oltrech lo tediava quel dover cercare di dedurre e scoprire ragguagli sparsi in cento storie fantastiche, anzich sobriamente raccolti e distesamente esposti come in un manuale. Tuttavia non pot trattenere la sua ammirazione per la figura e la destrezza di Lecoq.
"Era pur un grand'uomo!" pensava Mister Rolles. "Come lo conosceva il mondo! Nulla che quel demonio non sapesse intraprendere e condurre a termine da s attraverso difficolt le pi scabrose. Per tutti i Santi!" esclam subito dopo. "Ma non  qui la lezione ch'io cerco? Non potrei anch'io, come fece Lecoq, imparare a tagliare il mio diamante da me?"
Gli parve allora d'esser uscito dagli scogli di tante incertezze. Ricord che a Edimburgo dimorava un suo amico, un gioielliere, tale B. Macculloch, il quale certo sarebbe stato contento di ammaestrarlo in quell'arte di tagliar diamanti. Pochi mesi, pochi anni forse di un tedioso ed oscuro tirocinio, ed egli avrebbe acquistata la capacit sufficiente per tagliare e vendere con profitto il Diamante del Raj. Fatto questo, aveva in animo di tornare alle sue ricerche religiose che avrebbe potuto condurre avanti con tutto suo agio, da ricco e sontuoso studente, invidiato e rispettato da tutti. Auree visioni scesero a visitarlo durante il sonno, ed egli si svegli, ristorato ed allegro, col sole della mattina.
La casa di Raeburn fu chiusa per ordine della Polizia, il che offr al prete un ottimo pretesto per andarsene di l. Fatto su il suo baule, si rec alla stazione, lo deposit al bagagliaio, poi torn al Club dove aveva intenzione di passare il pomeriggio e pranzarvi.
"Stasera" gli disse col un amico "se pranzi qui potrai conoscere due uomini veramente straordinari: il Principe Florizel di Boemia e il vecchio John Vandeleur".
"Del Principe gi ho udito parlare, e, quanto al Generale Vandeleur l'ho incontrato qualche volta in societ".
"Il Generale Vandeleur  un somaro" rispose l'altro. "Ma questi  John, suo fratello, grande avventuriero e intenditore di pietre preziose, e uno de' diplomatici pi fini ch'abbia l'Europa. Non hai sentito parlare del suo duello col Duca di Val d'Orge? o delle sue gesta e atrocit come Governatore del Paraguay, o dell'abilit da lui spiegata nel ricuperare i gioielli di Sir Samuel Levi o de' suoi servigi durante la rivolta dell'India, servigi di cui il Governo profitt ma che non volle riconoscere? Corri da basso, mettiti a tavola vicino a loro, e tien bene le orecchie aperte che ne udrai di belle..."
"Ma come riconoscerli?"
"Ti sar facile. Il Principe  il pi distinto gentiluomo che sia in Europa, la sola creatura vivente che abbia aspetto e portamento davvero regali. Quanto a John Vandeleur hai da figurarti Ulisse a settant'anni, con in pi una cicatrice di sciabolata attraverso la faccia".
Rolles si precipit in sala da pranzo. L'amico aveva ragione. Era impossibile sbagliarsi con due tipi come quelli
Il vecchio Vandeleur aveva un corpo vigoroso che appariva usato e rotto agli esercizi pi difficili. Non aveva propriamente la complessione fisica d'uno schermidore, di un marinaio, e nemmeno quella del cavalcatore indurito sulla sella, ma c'era in lui un po' di tutto questo, qualcosa che era come il risultato e l'espressione di esercizi ed agilit diverse. Le sue fattezze eran piene di baldanza ed aquiline, l'espressione del suo viso, arrogante e predace: l'intero suo aspetto rivelava un uomo destro, violento e senza scrupoli, e i folti capelli bianchi e la profonda sciabolata che gli tagliava il viso dalla tempia al naso aggiungevano una sensazione selvaggia alla sua testa gi ricca di minaccia.
Quanto al Principe di Boemia, Mister Rolles fu assai sorpreso di riconoscere in lui il signore che poco prima gli aveva consigliato di leggere Gaboriau. Il Principe, che raramente compariva in quel club di cui era, come di molti altri, socio onorario, in quel momento, quando Simone gli si avvicin, doveva star senza dubbio aspettando John Vandeleur.
Un po' intimiditi dalla presenza di quei due personaggi, gli altri soci del club se ne stavano in disparte, lasciandoli come isolati; ma il giovine prete, che non si sentiva trattenuto da alcun riverenziale timore, si pose senz'altro a sedere ad una tavola accanto.
Fra i due era avviata una conversazione che riusc assai nuova e strana allo studente. L'ex dittatore del Paraguay raccontava la sua straordinaria vita per i paesi pi diversi del mondo, e il Principe veniva sottolineando quella narrazione con alcuni commenti che, ad un uomo di riflessione, potevan sembrare in certo modo pi interessanti de' fatti medesimi. Davanti al giovine prete si svolgevano due forme di esperienza, delle quali egli non sapeva qual pi ammirare: se quella dell'attore violento, o quella del saggio raffinato ed esperto; non sapeva se pi acconsentire a colui che narrava di audaci azioni e pericoli o a quegli che, simile a un Dio, dimostrava di conoscere tutte le cose senza averne patita nessuna. I loro modi, poi, erano propriamente attagliati a quei loro caratteri. Il Dittatore parlava e gestiva con brutalit, spalancando e richiudendo la mano per picchiarla con violenza sulla tavola, e la sua voce era cupa ed impetuosa. Il Principe invece pareva la dolcezza e la mansuetudine in persona: in lui la pi piccola movenza o inflessione di voce assumeva un senso ben pi profondo che non tutte le sfuriate o la mimica irruente del compagno.
Finalmente ecco che il discorso cadde sull'ultima rapina del giorno e sul Diamante del Raj.
"Quel gioiello starebbe meglio in fondo al mare" osserv il Principe Florizel.
"Come Vandeleur" rispose il Dittatore "permetta Vostra Altezza che io dissenta dalla sua opinione".
"Dico questo per ragioni di pubblica sicurezza" replic il Principe. "Gioie d'un valore cos inestimabile dovrebbero essere riserbate soltanto a collezioni di Principi o a tesori di nazioni. Portarle in giro cos per il mondo, mescolarle alla sorte della gente comune,  come dire mettere un prezzo sul capo della virt. Se quel Raj di Kashgar, un Principe, a quanto dicono, assai illuminato, avesse voluto pigliarsi vendetta dell'Europa tutta quanta, certo non sarebbe riuscito meglio nel suo intento che gettando fra noi quel pomo della discordia. Non c' robustezza d'onest che resista a seduzioni di quel genere. Io stesso, che pure godo d'una quantit di diritti e di privilegi, io stesso, Vandeleur, se mi capitasse tra mano quel diabolico cristallo, non mi salverei. Quanto a voi che siete cacciatore di diamanti per gusto e professione, credo non vi sarebbe delitto al mondo non sareste disposto a commettere, come tradire un amico, sacrificare i vostri figlioli, e perch? Non per diventare pi ricco o aver maggiori agi e rispetto dalla gente, ma semplicemente per dire che quel diamante  vostro e poter aprire, a quando a quando, la sua custodia, e rimirarvelo a vostro piacere, l, davanti a voi, come un bel quadro".
"S," rispose Vandeleur "cose n'ho cacciate parecchie nella mia vita: mi sono tuffato nell'acqua alla ricerca del corallo, ho cacciato balene e tigri, ma un diamante, lo confesso, sarebbe la pi bella preda di tutta la mia vita. Ha bellezza e valore. Esso solo pu compensare adeguatamente la dura fatica della caccia. In questo momento, come Sua Altezza pu immaginarlo, sono sulla traccia della straordinaria preda. Ho fiuto sicuro, larga esperienza. Conosco una ad una tutte le pietre preziose della collezione di mio fratello, come un pastore le sue pecore: e ch'io crepi, se non riuscir a ricuperargliele una per una".
In quella il cameriere venne ad avvertire che il cab di Mister Vandeleur era alla porta.
Mr. Rolles di un'occhiata all'orologio e vide ch'era tempo che anch'egli partisse. Questa coincidenza, per, gli spiacque un poco, perch, francamente, avrebbe desiderato non vederlo pi, quel cacciatore di diamanti.
Arrivato alla stazione, sal su un vagone letto di prima classe. La lunga abitudine allo studio avendo scosso alquanto i suoi nervi, egli si concedeva di viaggiare un po' comodamente.
"Starete a vostro agio qua dentro" gli disse il controllore. "Nel vostro scompartimento non c' nessuno; soltanto un vecchio signore  all'altro lato del treno".
Era prossima l'ora della partenza, e i biglietti eran gi stati bucati quando Mister Rolles scorse l'altro passeggero del treno che montava ad occupare il suo posto preceduto da molti facchini. Non c'era uomo al mondo che avrebbe voluto veder meno di colui. Era appunto il vecchio John Vandeleur, l'ex dittatore.
Le carrozze letto della Grande Linea del Nord sono formate da tre scompartimenti: uno, a ciascuna estremit del treno,  adibito al servizio viaggiatori; un altro, nel mezzo, alla toilette e al lavabo. Una porta a carrello separa ciascuno di quegli scompartimenti-viaggiatori dal lavabo; ma poich queste porte non hanno chiavistello n serratura, si pu dire che il treno formi in realt un unico grande vagone.
Mr. Rolles si di a studiare la sua nuova situazione. S'avvide subito ch'egli era senza difesa: che se al dittatore fosse venuto l'uzzolo di venirgli a fare una visita durante la notte, egli non avrebbe certo trovato modo di opporvisi. Nessuna maniera di fortificarsi: era l allo sbaraglio come in un campo aperto.
Questa constatazione emp il suo spirito d'uno sgomento angoscioso. Ricord, rabbrividendo, i feroci racconti del viaggiatore uditi durante il pranzo; e ricord pure d'aver sentito dire che vi sono persone dotate di una strana sensibilit nell'intuire la presenza di un metallo prezioso anche attraverso muri, anche a considerevole distanza. Non poteva darsi che ci avvenisse anche pei diamanti? E qual meraviglia che di questa facolt fosse dotato uno che se ne vantava cacciatore?
Il buon prete comprese che da un tal uomo egli aveva tutto da temere e sospir ardentemente il ritorno della luce. Intanto non trascur nessuna precauzione: nascose il suo diamante nella saccoccia pi interna di un certo suo complicato pastrano bigio; poi devotamente si raccomand alla Provvidenza.
Il treno continuava la sua corsa regolare e veloce, e quasi la met della strada era gi percorsa che il sonno ancora non era riuscito a trionfare dell'inquietudine di Mister Rolles. Per qualche tempo egli fece ogni sforzo per non lasciarsene cogliere, ma, a poco a poco, divenne cos imperioso che, dopo York, egli dovette cedergli; e allungatosi sul divano, chiuse gli occhi. Poi anche la sua coscienza si assop e l'abbandon. Il suo ultimo pensiero fu pel suo tremendo vicino.
Come si dest, l'oscurit era sempre fitta intorno a lui, rotta soltanto qua e l dal vacillante barlume della lampada velata. Lo strepito e l'oscillazione del treno gli dicevano che questo manteneva sempre la sua corsa veloce. Sorse in piedi sgomento, poich'egli era stato angustiato da sogni assai tetri, e pass qualche istante prima ch'egli potesse recuperare intera la coscienza: poi, anche dopo che si fu rimesso a giacere, il sonno non volle tornare, e stava l desto, il cervello in una violenta agitazione, gli occhi sbarrati sulla porta del lavabo. Tir gi sulla fronte il cappello di feltro per ripararsi dalla luce e cominci a contare dall'uno al mille o a sforzarsi di sgombrare la mente da ogni pensiero, come fanno gli insonni. Rimedi vani. Una mezza dozzina di differenti fantasmi lo andavano tribolando: il vecchio che, dall'altra estremit del treno, gli dava la caccia sotto le spoglie pi spaventose: e quel diamante che, aveva bello cambiargli posto a tutti i momenti, pur sempre gli cagionava gran disagio. Ora pareva che ardesse, ora diventava enorme e gli ammaccava le costole. Tanto che ci fu un momento, ma fu un infinitesimo di secondo, ch'ebbe persin l'idea di liberarsene buttandolo dal finestrino.
Stava in tali dibattiti quando uno strano fatto avvenne.
Vide la porta del lavabo che si moveva un poco, poi un poco pi, e finalmente i due battenti che si scostavano lasciando tra loro uno spiraglio di circa una ventina di pollici. E poich la lampada dentro il lavabo non era ricoperta da velo, nello spiraglio della porta illuminata egli vide apparire la testa di Mister Vandeleur, e ristare l come in un'attitudine di profonda attenzione. Sentiva che lo sguardo del Dittatore si era posato sulla sua faccia. Per un istinto di conservazione egli rattenne il respiro, e stette immobile, gli occhi abbassati cercando di spiare dal sotto in su, attraverso le palpebre, le mosse del suo visitatore. Dopo qualche istante la testa si ritrasse e la porta si richiuse.
Era chiaro, adunque, che il Dittatore non era venuto per attaccare, ma soltanto per osservare; che il suo contegno non era d'uomo che vuol minacciare ma d'uno che si sente egli stesso minacciato. Se Mister Rolles aveva timore di lui, anche l'altro non era poi troppo tranquillo sulla presenza di Mister Rolles. Si sarebbe detto, insomma, che il Dittatore fosse venuto l per assicurarsi che il suo compagno di viaggio era addormentato e, accertatosene, s'era ritirato.
Il prete balz in piedi. All'estremo terrore da cui era invaso reag nel suo spirito un pronto desiderio d'azione. E poich lo strepito del treno confondeva gli altri rumori, egli si risolse, andasse come voleva, di recarsi a restituire la visita ricevuta.
Si tolse di dosso il pastrano che poteva impedirlo nei movimenti, ed entrato nel lavabo, si pose in ascolto. Nulla ud, com'era da immaginare, se non il muggito del treno che avanzava correndo. Allora mise mano ai battenti della porta e, con ogni cautela, li discost lentamente di un sei pollici... Poi si ferm, e gitt un'occhiata dentro lo scompartimento.
Non pot rattenere un grido di sorpresa.
John Vandeleur era l con in capo una berretta di pelo da viaggio che gli scendeva fino a ricoprire le orecchie, il che, col monotono fracasso del treno, doveva impedirgli di sentire ci che avveniva davanti a lui. Fatto  che in quel momento non lev la testa, ma continu con tutta pace ad attendere alla strana occupazione nella quale era immerso. In una mano egli teneva la manica di un largo pastrano in pelle di foca, nell'altra un coltellaccio col quale veniva separando per mezzo la fodera di quella manica: e di l scivolava gi, dentro una cappelliera che egli teneva fra i piedi, posata al suolo, un rivolo di lucenti gioielli.
Rolles rest come impietrito a seguire con gli occhi la strana operazione di quell'uomo: e pot osservare che i diamanti eran la pi parte di piccole dimensioni e poco dissimili un dall'altro per forma e splendore.
D'un tratto il Dittatore parve incontrar qualche intoppo nella sua operazione e si chin e si di ad armeggiare con tutt'e due le mani, finch estrasse dalla manica una lunga tiara di diamanti, l'alz in alto per meglio esaminarla, poi la depose con gli altri diamanti dentro la cappelliera.
Questa tiara fu un raggio di sole per Rolles. Subito vi riconobbe una parte del tesoro rubato ad Harry Hartley dal vagabondo. Non c'era da sbagliarsi: era proprio tal quale quella descritta dall'agente di polizia in casa di Mister Raeburn: vi erano stelle di rubini con un gran smeraldo nel mezzo, v'erano mezzelune e pendenti a forma di goccia, ed era composta tutta di pietre differenti, il che appunto era ci che conferiva gran valore alla tiara di Lady Vandeleur.
Mr. Rolles prov un gran sollievo. Il Dittatore era dunque addentro alla faccenda da quanto lui, e nessuno dei due avrebbe potuto rifiatare su l'altro. In quel primo momento di giubilo, il prete di in un sospiro profondo: e come il suo petto era ingombro e la sua gola secca a cagione di quei lunghi momenti di incertezza, il sospiro fu seguito anche da un colpo di tosse.
Allora Mister Vandeleur lev gli occhi. La sua faccia era improntata della pi cupa e mortale passione: gli occhi sbarrati, la mascella inferiore abbassata incutevano a quel viso un'espressione di attonimento che rasentava il furore. Con un moto istintivo ricopr la cappelliera col pastrano, e per un attimo i due si fissarono in viso silenziosamente. Non fu che un attimo, ma bast a Mister Rolles, ch'era di quelli che hanno rapide risoluzioni, a determinarsi a un atto di pronta audacia. E quantunque sentisse che in quell'istante giocava la vita, per primo ruppe il silenzio.
"Chiedo scusa" disse.
Il Dittatore trasal.
"Cosa volete voi?" ribatt con rauca voce.
"I diamanti sono la mia passione" rispose tranquillamente Rolles. "Due amateurs possono benissimo conoscersi, non  vero? Io ho qui con me un piccolo gingillo che, se mai, pu servire di presentazione".
E, cos dicendo, in tutta pace, tir fuori l'astuccio, mostr per un istante al Dittatore il Diamante del Raj, poi lo rintasc.
"Un tempo era di vostro fratello", disse.
John Vandeleur continuava a fissarlo con uno sguardo pieno di tragico stupore: ma n parlava n si muoveva.
"Ho piacere di constatare" riprese Mister Rolles "che noi abbiamo qui gioie che appartengono alla medesima collezione".
La stupefazione del Dittatore era al colmo.
"Vi domando scusa" disse alfine. "Comincio proprio ad accorgermi che divento vecchio. Di positivo io non ero preparato ad un incidente cos strano come questo. Ma ditemi, vi prego: sono i miei occhi che m'ingannano, o voi siete proprio un ecclesiastico?"
"Appartengo infatti agli ordini religiosi" rispose Rolles.
"Bene," replic l'altro "parola d'onore che, fin ch'io viva, non vorr pi sentir sparlare delle sottane nere".
"Siete gentile".
"Perdonate, perdonate, giovinotto. Voi non siete un codardo, questo lo si vede. Resta per a dimostrarsi che non siete il peggiore degli sciocchi. Ma debbo immaginare" continu egli appoggiandosi allo schienale del divano "che nella sorprendente impudenza del vostro procedere nascondiate qualche intento particolare. Confesso che avrei caro conoscerlo".
" semplicissimo. Tutto questo si deve alla mia grande inesperienza della vita".
"Sar felice se me ne renderete convinto", rispose Vandeleur.
E qui Mister Rolles cominci a narrargli l'intera storia del Diamante del Raj, dal momento ch'egli l'ebbe trovato nel giardino di Mister Raeburn, fino a quando lasciava Londra col diretto della Scozia. V'aggiunse poi una breve pittura de' sentimenti e pensieri che l'avevano agitato durante il viaggio, e concluse in questo modo:
"Quando ebbi riconosciuta la tiara nelle vostre mani, subito compresi che di fronte alla societ noi eravamo nella medesima posizione: e questo fatto cominci a destarmi la speranza, la quale confido che non vorrete trovare mal fondata, che voi potreste in qualche modo dividere con me le difficolt e, naturalmente, i benefici inerenti a questa mia situazione. A uno come voi, avveduto ed esperto in questo genere di cose, la negoziazione del diamante dev'esser cosa di lieve momento, mentre per me  cosa affatto impossibile. D'altra parte io penso che se mi metto a tagliare a pezzi il mio diamante, io cos poco pratico di queste faccende, arrischio di perdere tanto almeno quanto, con adeguata generosit, potrei pagare a voi per l'aiuto che mi prestate nella cosa. L'operazione  estremamente delicata, e io vi confesso che a questo genere di delicatezze non ci ho la mano. Si fosse trattato di battezzarvi o di sposarvi, l'avrei fatto in una maniera assai soddisfacente per voi, ma ciascuno  nato con le sue vocazioni, non  vero? e questa specie d'affari non entrava nella lista delle mie capacit".
"Non vorrei adularvi troppo" rispose Vandeleur "ma, sulla mia parola, voi dimostrate una singolare disposizione per una vita di delitto. Possedete pi abilit di quanto immaginate, e ancorch, girando il mondo, io mi sia imbattuto in una quantit di furfanti, uno franco e spudorato come voi non l'ho incontrato mai. Rallegratevi, Mister Rolles, avete trovato il vostro vero mestiere. E, s' per aiutarvi, son qua. Io debbo trattenermi in Edimburgo qualche giorno a sbrigare un affare per mio fratello; concluso che l'abbia, ritorno a Parigi dove ho la mia residenza abituale. Se non vi spiace, voi potrete accompagnarmi laggi: e, prima di un mese, confido di aver condotto il vostro affaretto ad una conclusione soddisfacente".
Qui, contro tutti i canoni della sua arte, il nostro Arabo Autore interrompe la "Storia del Giovine Prete". Mi duole si sia attenuto a cos deplorevole sistema. Ma io debbo seguire il mio testo originale e riportare il lettore, per la conclusione delle avventure di Mister Rolles, al prossimo capitolo: "Storia di una casa con le persiane verdi".
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CAPITOLO 3. STORIA DI UNA CASA CON LE PERSIANE VERDI.
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Francis Scrymgeour, contabile alla Banca di Scozia in Edimburgo, era giunto all'et di venticinque anni vivendo una sua quieta, onorata, domestica vita. La madre gli era morta ch'egli era ancora in tenera et, ma il padre, uomo tutto senno e probit, lo aveva fornito d'una eccellente istruzione e allevato a metodiche e frugali abitudini. Francis, ch'era d'indole docile e affettuosa, profitt con zelo di questi insegnamenti e si dedicava, cuore e anima, al suo ufficio. Una passeggiata al pomeriggio della domenica, qualche pranzetto fuorivia co' membri della sua famiglia, un'escursione ogni anno attraverso la Scozia, erano le uniche distrazioni sue. S che ben presto venne nelle grazie de' suoi superiori e si guadagnava uno stipendio di dugento sterline all'anno, con la prospettiva che, col tempo, gli sarebbe stato aumentato del doppio. Pochi giovani erano pi felici, pi laboriosi, pi volonterosi di Francis Scrymgeour. Talvolta, a sera, dopo aver letto il giornale, si metteva a suonare il flauto per rallegrare la siesta del padre suo, delle cui qualit egli aveva grande venerazione.
Un giorno egli ricevette un biglietto della celebre ditta "Writers to the Signet" dove lo si richiedeva di un immediato convegno. Sulla busta era scritto "Personale e confidenziale" ed era indirizzata presso la banca anzich a casa sua. Ci che indusse il giovine Francis ad accorrere subito all'invito.
Il membro pi anziano della ditta, uomo di modi gravi, lo ricevette con una certa solennit, lo preg di sedere, poi con un linguaggio d'affari si di a spiegargli di che si trattava.
Una persona, che pel momento doveva restare innominata, ma ch'egli asseriva essere degna e di condizione, desiderava fare a Francis un prestito annuale di quattrocento sterline. La somma era stata depositata presso la ditta sotto la responsabilit del gerente stesso e di due amministratori che dovevano pure restare anonimi. Ma questa liberalit era fatta sotto certe condizioni, le quali, tuttavia, egli confidava che il suo cliente non avrebbe trovate n eccessive n disonorevoli. E qui ripet i due aggettivi con particolare energia.
Francis domand quali fossero.
"Le condizioni" rispose il gerente e sono, come le ho detto, n disonorevoli, n eccessive. Nello stesso tempo, per, non le nascondo che esse non sono nemmeno delle pi comuni".
Francis lo preg a volersi spiegare.
"Le condizioni son due" replic l'altro. "Due soltanto, capisce? E la somma, lo ricordi,  di quattrocento sterline all'anno: quattrocento sterline e senza oneri, signor mio, senza oneri".
E gli lev gli occhi in faccia con grande solennit.
"La prima" continu " di una semplicit, diremo, assai notevole. Lei dovrebbe trovarsi in Parigi nel pomeriggio della domenica prossima, 15 corrente, e l recarsi al camerino del Teatro della Comdie-Franaise, dove trover, rilasciato per lei, un biglietto d'ingresso. Quello che si richiede da lei,  niente altro che questo: assistere ad una rappresentazione di quel teatro, in una poltrona che le sar destinata: e niente pi".
"Avrei preferito un giorno di lavoro" osserv Francis. "Ma una volta stabilito cos...".
"E in Parigi, mio caro signore," ribatteva il gerente. "Credo, signore, di essere un uomo abbastanza rigido, io, ma mi dicessero di recarmi a Parigi a tali condizioni, le giuro non esiterei un istante".
I due risero piacevolmente insieme.
"L'altra condizione  pi grave" continu il gerente. "Il mio cliente, che s'interessa assai al suo benessere, desidera in modo assoluto consigliarle la scelta d'una sposa. In modo assoluto, m'intende?"
"Intendo, ma abbia la bont di spiegarmi meglio questa faccenda. Il mio invisibile benefattore che vuole? Farmi sposare con una donna qualunque essa sia, ragazza o vedova, bianca o nera?"
"Posso assicurarla che la maggior preoccupazione del mio cliente si  che la sua futura abbia ad esser donna in tutto adatta per lei, sia per et sia per condizione. Quanto al colore, non m' venuto in mente di chiederglielo. Ma stia certo che prender subito nota del suo desiderio, e alla prossima occasione non mancher di informarla".
Allora Francis disse:
"Signore, resta ora a vedere se tutta questa faccenda non nasconda qualche gherminella e della peggior specie. Le circostanze che accompagnano la proposta ch'ella mi fa sono affatto inesplicabili, direi, incredibili; e finch non mi sia dato vedervi un po' pi chiaro e riconoscerla suggerita da pi plausibili motivi, confesso che sono dolente di non poter dar corso ad una simile combinazione. Mi rivolgo quindi a lei perch abbia a chiarirmi un po' le cose. Io debbo pur conoscere i motivi che si nascondono in questo piano. Che se lei non li sa o non li pu congetturare o non si sente la libert di rivelarmeli, io piglier il mio cappello e ritorner alla mia banca, tal quale son venuto".
"I motivi, proprio, non li conosco" rispose il gerente "per sono in via d'immaginarli. Le dir dunque che alla radice di tutta questa faccenda, in apparenza assai strana, sta suo padre".
"Mio padre!" esclam Francis con sdegno grandissimo. "Un uomo cos nobile, un uomo di cui m' noto il pi piccolo pensiero, e persino ogni soldo della sua saccoccia!"
"Lei m'ha frainteso. Io non intendevo parlare di Mister Scrymgeour, senior: poich quello... non  suo padre. Quando egli e la moglie sua vennero ad abitare in Edimburgo, lei era bambino d'un anno e da tre mesi soltanto affidato alle loro cure. Questo segreto  stato tenuto nascosto finora: ma la verit  una sola, quella che le ho detto. Suo padre  uno sconosciuto, e le ripeto, suppongo sia quell'originale che, a mezzo mio, le fa le proposte che ho avuto il piacere di sottoporle".
Descrivere lo stupore di Francis a questa rivelazione  impossibile. Egli scus la sua confusione presso il gerente cos dicendo:
"Dopo una notizia cos strabiliante, signor mio, ella avr la bont, spero, di concedermi qualche ora per riflettere. Le far conoscere stasera la risoluzione che avr presa".
Il gerente lod la sua prudenza, e Francis, recando a scusa un impegno di banca, si conged da lui e fece una lunga passeggiata meditando sulle varie fasi del caso occorsogli.
Quantunque una piacevole consapevolezza dell'importanza che la sua persona cominciava ad assumere lo rendesse piuttosto proclive ad accettar la proposta, sulle prime egli non ebbe esitazioni. Ma, poco alla volta, tutto il suo essere inclin irresistibilmente verso le quattrocento sterline all'anno e verso le strane condizioni che le corredavano. Nello stesso tempo si scopr in cuore un'invincibile repugnanza per il nome di Scrymgeour, che, del resto, troppo non gli era mai piaciuto; e cominci pure a provare un certo disgusto per la sua vita passata, cos balogia, cos poco romanzesca; s che, alla fine, quando si fu alquanto riscaldato in questi propositi, passeggi animato da un nuovo sentimento di vigore e di libert, compiacendosi di fabbricarsi i pi bei progetti per l'avvenire.
Non ebbe che ad inviare una parola di consenso al gerente, e ricevette sull'istante un assegno con quattro mesi di arretrato, dacch il prestito era stato retrodatato al primo gennaio.
Lo intasc e torn a casa. Come squallide gli sembravano le stanze di Scotland Street! Per la prima volta le sue nari repugnarono all'odor del brodo; per la prima volta s'accorse che il suo padre adottivo aveva mille piccoli difetti spiacevoli, che lo empirono di stupore, quasi di disgusto. Sicch, senz'altro, risolse di mettersi in viaggio per Parigi.
Arriv col prima del giorno stabilito; prese alloggio in un modesto albergo frequentato da inglesi e da italiani, e si dedic a migliorare il suo francese. Si tolse un maestro due volte la settimana: conversava coi vagabondi dei Champs-Elyses: andava tutte le sere a teatro. Anche la sua acconciatura divenne pi elegante, ch tutte le mattine si faceva radere e pettinare da un parrucchiere in una via accanto. Il che gli conferiva un aspetto forestiero e parve gli togliesse d'addosso il vecchiume e la ruggine degli anni trascorsi.
Finalmente, nel pomeriggio della domenica, si rec al camerino del teatro in via Richelieu. Bast ch'egli gittasse il suo nome al bigliettario perch questi subito gli consegnasse un foglietto dentro una busta il cui indirizzo, si vedeva, era stato scritto di fresco.
"Questo biglietto  stato preso in questo momento" disse l'impiegato.
"Si vede" rispose Francis. "Ma, scusi, mi potrebbe dire chi lo ha preso?"
"Il suo amico  facile a descriversi.  un bel vecchio dall'aspetto vigoroso, bianco di capelli, con una gran cicatrice di sciabola attraverso la faccia. Un tipo cos caratteristico che non potrebbe sbagliarlo, neanche a volere".
"Lo crederei" replic Francis. "Intanto la ringrazio della sua cortesia".
"Non pu esser molto lontano di qui" soggiunse l'impiegato. "Anzi, se lei corre, lo trover di certo qui attorno".
Francis non se lo fece dire due volte. Usc precipitosamente, e, cacciatosi in mezzo alla folla delle strade, si dava a buttar gli occhi a destra e a sinistra per scovare il suo uomo. Gente dai capelli bianchi ce n'erano molti, ma una volta che Francis li aveva raggiunti s'accorgeva che nessuno portava in viso la cicatrice della sciabolata.
Per una buona mezz'ora and frugando una dopo l'altra tutte le strade delle adiacenze, tanto che, alla fine, riconoscendo la vanit della sua ricerca, si mise a un passo pi agiato, anche per mettere un po' d'ordine nelle sue idee che, in previsione di quello strano incontro, erano divenute parecchio arruffate.
Caso volle che la via per cui s'era messo conducesse in Rue Druot, e che da quella si trovasse in Rue des Martyrs. L il caso lo serv meglio di tutte le previsioni del mondo. Mentre da quel punto s'andava incamminando verso uno dei boulevards esterni della citt, vide due che stavano seduti su una panchina e discorrevano animatamente. Uno era un bel giovine bruno, laicamente vestito, ma con tutti i caratteri d'un ecclesiastico; l'altro rispondeva appuntino ai connotati come gli eran stati descritti dal bigliettario. Francis sent che in quel momento il cuore gli balzava dall'apprensione. Era prossimo ad udire la voce di suo padre!
Allora fece un largo giro e, piano piano, venne a sedersi dall'altra parte della panchina, dietro ai due, i quali erano troppo intenti a discorrerla per potersi accorgere di lui. Tese l'orecchio e, come gi se l'era immaginato, ud che la conversazione avveniva in inglese.
"I vostri sospetti cominciano a seccarmi, Rolles" diceva il vecchio. "V'assicuro che fo del mio meglio, ma uno non pu mica metter mano a cento cose in un momento. Non vi ho io, forse, levato dall'imbarazzo, voi, un estraneo, e per pura mia benevolenza? Ed ora non campate forse sulla mia generosit?"
"Sui vostri acconti" corresse Rolles.
"Dite pure acconti, se vi piace, e interesse invece di benevolenza" ribatt il Dittatore. "Io non sto a fisicare sulle parole. Gli affari sono affari; e il vostro, lasciate che ve lo dica,  alquanto magro per questi tempi. Dunque, o fidatevi di me e lasciatemi in pace, o trovatevi un altro compare; ma, per Dio, smettetela con le vostre geremiadi".
"Ho appreso a conoscere il mondo" replic l'altro "ed ora comprendo come voi abbiate mille motivi per sorprendere la mia buona fede; non uno per trattarmi lealmente. Anch'io non fisico sulle parole. Il diamante lo volete per voi, ecco che v'ho da dire, e voi lo sapete, e non osate negarlo. Gi avete falsificato il mio nome, e siete venuto a frugare nella mia abitazione, me assente. Oh, le intendo le ragioni del vostro tergiversare: voi mi state tendendo qualche trappola, da quel fine cacciatore di diamanti che siete, e con le belle o con le brutte volete metterci le mani addosso, al mio diamante. Ebbene, questo stato di cose deve finire: un'altra che me ne fate, e vi prometto qualche brutta sorpresa".
"Via, lasciate gi le minacce" replic Vandeleur. "Mio fratello  qui in Parigi, la polizia vigila, e se voi continuate a tediarmi coi vostri miagolamenti, anch'io vi prometto una piccola meraviglia, Mister Rolles. La mia, per, v'accerto, sar definitiva. Avete capito? O volete che ve lo canti in ebraico? Tutto ha da avere una fine, e tra poco, v'assicuro, l'avr anche la mia pazienza.  inteso? Gioved alle sette: n un minuto prima n dopo, se avete cara la vita. Che se poi non preferite aspettare, potete andare alla malora e buonanotte".
E, questo dicendo, il Dittatore si lev e s'incammin in direzione di Montmartre scotendo il capo e agitando il bastone, mentre il compagno rimaneva l seduto in attitudine di estremo avvilimento.
Francis fu al colmo della sorpresa, dell'orrore: tutti i suoi sentimenti erano offesi, sconvolti. La fiduciosa tenerezza con la quale s'era venuto accostando a quell'uomo, s'era tramutata in un senso di rivolta, d'angoscia. Oh, ben altrimenti, egli pensava,  il vecchio Scrymgeour, onorevole persona in confronto di questo intrigante fosco e violento. Per egli cerc di mantenere la sua presenza di spirito e deliber di non tardare un minuto a mettersi sulle tracce del Dittatore.
Il quale, tutto serrato nei suoi furiosi pensieri, cammin dritto a gran passi per un pezzo, senza voltarsi indietro, finch arriv alla porta di casa.
Questa casa sorgeva all'estremit della Rue Lepic, nel suo punto pi elevato. Si dominava di lass la gran vista su Parigi, e vi si godeva l'aria schietta delle alture. Aveva due piani soltanto e le cortine e le persiane verdi. Tutte le finestre che davano sulla strada eran chiuse e alcune cime di alberi spuntavano di l da un'alta muraglia che cingeva un giardino, sulla quale stavano posati, come a difesa, alcuni cavalli di Frisia. Il Dittatore sost un istante cercando la chiave in tasca, poi apr la porta e disparve entro casa.
Francis si guard attorno. Il luogo era assai appartato, solitario: la casa appariva tutta isolata e chiusa dentro al suo giardino. Accanto a quella egli scorse un'altra casa, pi alta, la cui facciata dava sul giardino, e che aveva una sola finestra.
Francis pass davanti alla porta e vide che vi pendeva un cartello d'appigionasi dove si offriva un locale non ammobiliato. S'inform e seppe che la stanza da affittare era proprio quella che dava sul giardino del Dittatore. Detto fatto la tolse in affitto, pag un acconto sulla mesata e torn all'albergo a cercarvi i bagagli.
Il vecchio con la cicatrice poteva o no esser suo padre: ed egli essere o no sulle tracce di lui ma certo era ch'egli si trovava ora nel cuore di un enimma assai eccitante, e giur a s medesimo di star a bada di ci che potesse accadere e di non smettere la sua osservazione finch non fosse venuto a capo di qualche indizio sicuro.
Dalle finestre del nuovo alloggio Francis dominava interamente il giardino della casa dalle persiane verdi. Sotto lui c'era un bel castagno che stendeva le sue larghe fronde al di sopra di due rustiche tavole dove probabilmente i padroni venivano a cenare nel pieno dell'estate: per tutti gli altri lati, salvo uno, il giardino era occupato da folta vegetazione che nascondeva la vista del terreno. Ma tra le tavole e il muro della casa Francis vide uno spiazzo di ghiaia che conduceva dalla veranda alla porta del giardino. Osservando pi minutamente il luogo fra lo spiraglio delle imposte ch'egli non osava aprire per non destar sospetti, Francis cerc di argomentare anche quali fossero le abitudini degli inquilini, e concluse che dovevano essere alquanto solitarie e prudenti.
Il giardino aveva un aspetto un po' conventuale e la casa arieggiava la prigione: con quelle persiane verdi sempre calate gi sul davanzale, con quella porta sempre chiusa dentro la veranda e quel giardino tutto abbandonato invaso dalla luce della sera. Soltanto un sottil rigo di fumo che s'alzava su dall'unico comignolo del tetto attestava che la casa era abitata.
Per non lasciarsi pigliar dall'ozio e anche per dare qualche apparenza a quel suo genere di vita, Francis aveva comperato la Geometria d'Euclide in francese e, seduto su un vecchio baule addossato al muro, giacch il luogo mancava al tutto di scranne e di tavoli, passava il tempo a ricopiare e studiare quel testo. Cos poteva di tanto in tanto, levando la testa, gittare un'occhiata gi in giardino. Il quale s'ostinava a restar deserto, e la sua porta chiusa.
Solamente pi tardi, a sera inoltrata, accadde cosa che lo ricompens un poco di quelle ore di inutil vigilia. Stava sul punto d'appisolarsi, quando un rabbioso squillo di campanello lo dest di soprassalto e lo fece balzare al suo posto di osservazione. Arriv l in tempo per udire un gran strepito di toppe e chiavistelli disserrati, e scorgere Mister Vandeleur il quale, con una lanterna in mano e un largo pastrano di velluto nero indosso e in capo una cuffia legata sotto il mento, usciva sulla veranda e si avanzava quatto quatto verso la porta del giardino. L, altro strepito di chiavistelli e spranghe tirate a furia, e di l a poco un uomo entrava, d'apparenza piuttosto spregevole, che il Dittatore accompagn fin dentro casa illuminandogli i passi con la vacillante lanterna.
Mezz'ora dopo il visitatore veniva ricondotto alla porta di strada, e Mister Vandeleur, posta la lanterna su una di quelle rustiche tavole sotto il castagno, s'indugiava col a fumare il suo sigaro.
Francis spi gi tra le foglie e pot osservare il gesto del Dittatore quando buttava la cenere o lanciava larghe boccate di fumo la cui nuvola azzurrina s'alzava sopra il suo capo, o il movimento delle sue labbra contratte, che attestavano in lui un dibattito confuso di pensieri cupi e forse angosciosi.
Il sigaro era ormai terminato quando, dall'interno della casa, s'ud la voce d'una ragazza che gridava l'ora.
"Un momento!" rispose Vandeleur, e gittato il mozzicone pigli su la lanterna e scomparve sotto la veranda.
Richiusa la porta, l'oscurit pi profonda torn a regnare sulla casa, e Francis ebbe un bel fissare le finestre, neppure il pi piccolo barlume gli riusc di scorgere attraverso le imposte. Sul che concluse che le camere da letto dovevano trovarsi al lato opposto della casa.
Il mattino dopo, levatosi di buon'ora dopo una notte disagiata trascorsa sul pavimento della camera, vide cosa che fece mutare interamente indirizzo alle sue indagini. Le persiane, una dopo l'altra, s'alzarono come se una molla interiore l'avesse sollevate di colpo, e lasciarono apparire alcune imposte in ferro come quelle che si vedono davanti ai negozi; anche queste vennero, mediante altro congegno, arrotolate su, e per un'ora circa, le camere rimasero cos spalancate all'aria del mattino. Pi tardi si vide comparire alla finestra Mister Vandeleur in persona che serr le imposte e riabbass le persiane.
Francis stava ancora attonito a quelle manovre, quando una ragazza apparve sulla porta di casa e gitt un'occhiata pel giardino. Poi rientr, ma non tanto presto che Francis non avesse avuto tempo di rilevare quanto ella fosse graziosa e seducente. Questo fatto, a dir vero, aument parecchio la sua curiosit, ma rialz anche ad un grado notevole la sua disposizione sentimentale. Tutte quelle maniere strane e sospette, quel misterioso tenore di vita pi che equivoca di suo padre cessarono dal preoccuparlo troppo: e, da quel momento, egli abbracci quella sua nuova famiglia con entusiasmo. La graziosa ragazza, fosse sposa o figliola all'uomo misterioso, egli si disse che di certo era un angelo travestito. E tanto s'inalber in quel suo nuovo ardore che inorrid pensando com'egli avesse potuto credere di seguire un mezzo delinquente quando s'era messo sulle tracce di Mister Vandeleur.
Scese a consultare il portiere, ma questi non gli seppe dare che brevi informazioni: le quali tuttavia lasciavano trapelare un che di misterioso e d'incerto. La persona che abitava alla porta vicina era un signore inglese assai facoltoso, ma eccentrico di gusti e d'abitudini. Possedeva una gran collezione che teneva in casa presso di s, e per protegger la quale aveva applicato alle finestre imposte di ferro munite di serrature complicate, e cavalli di Frisia al muro del giardino. Viveva solo, ancorch venisse a visitarlo ogni tanto qualche strana persona con la quale pareva s'intrattenesse d'affari. Del resto in casa non c'era altri che la signorina e una vecchia fantesca.
"La signorina  sua figlia?" domand Francis.
"S" rispose il portiere. " la padroncina della casa. E bisogna vederla a lavorare, quella figliola! Con tutti i suoi quattrini,  lei che va a far le spese di casa: e ogni giorno pu vederla che esce di qui con la sporta sotto braccio".
"E le collezioni?" domand.
"Che vuol che le dica? Sono immense, di pi non so. Perch, dal giorno ch' giunto qui Mister Vandeleur, nessuna persona dei dintorni ha mai potuto arrivare pi in l della porta".
"Ma voi non sapreste arguire in qualche modo ci che contengano le famose gallerie? Pitture? sete? statue? gioielli?"
"In fede mia, signore" dichiar il compare stringendosi nelle spalle "potrebb'esser anche carote, che proprio non saprei dirglielo. E come, infatti? La casa  come una fortezza. Lo vede anche da lei".
Francis se n'and, deluso. Ma il portiere lo richiam indietro.
"Ora mi viene in mente" torn a dire "che Mister Vandeleur ha girato il mondo in lungo e in largo e che una volta una vecchia mi dichiar ch'egli aveva recato con s da quei viaggi parecchi diamanti. Se  vero, ci dev'essere una bella bottega di gioielliere dietro quelle imposte!"
La domenica sera, per tempo, Francis era in teatro, al posto destinatogli. La poltrona ch'era stata presa per lui era soltanto due o tre numeri dal lato di sinistra e collocata rimpetto ad uno dei palchi di prima fila. E poich evidentemente quel posto era stato scelto con una intenzione speciale, Francis si disse che qualche indizio l'avrebbe potuto arguire dalla sua posizione. E cos, istintivamente, pens che il palco ch'era alla sua dritta, doveva, in qualche modo, entrar a far parte del dramma del quale inconsapevolmente era egli stesso uno degli attori. Infatti questo palco era situato in modo che le persone che stavano di dentro potevano osservare lui liberamente, n'avessero avuto voglia, mentre, grazie alla sua posizione piuttosto bassa, esse potevano rimanere sufficientemente celate alla sua vista. Risolse allora di non abbandonarlo di vista un sol momento, e mentre egli guardava la gente del teatro o faceva le viste di star attento allo spettacolo, sempre teneva d'occhio il suo palco.
Il second'atto era gi parecchio innanzi e si avviava alla fine, quando l'uscio del palco s'apr, due persone entrarono e sedettero nell'ombra. Francis pot a stento dominare la propria commozione. Erano Mister Vandeleur e la figlia. Il sangue, allora, cominci a tumultuargli per vene ed arterie: le orecchie gli sonavano, il capo gli girava. Per non ardiva guardare per paura di destare sospetti. E leggeva e rileggeva il biglietto che aveva fra mano, da cima a fondo, di sopra e di sotto, che gli diventava di tutti i colori. Anche il palcoscenico gli sembr fantasticamente lontano, e le voci e i gesti degli attori futili ed assurdi.
Ogni tanto, per, s'ardiva di lanciare una rapida occhiata al palco, e ci fu pure un momento che gli parve che i suoi occhi si scontrassero con quelli della fanciulla. Si sent un gran rimescolo per tutto il corpo, e gli parve di scorgere il paradiso!
Cosa non avrebbe egli dato pur di sorprendere qualcuna delle parole che si scambiavano fra loro i due Vandeleur... Poterli fissare in viso col suo binocolo, leggere l'espressione dei loro volti! Egli intuiva che l dentro stava per decidersi il destino della sua vita. E non poter intromettersi, seguir la discussione, ma condannato a starsene l seduto, inoperoso, in preda ad un'ansiet febbrile!
Finalmente l'atto ebbe termine: il sipario fu calato e la gente cominci a sfollare per l'intermezzo. Era troppo naturale che anch'egli dovesse fare altrettanto, e se lo faceva, era ancora naturale, anzi necessario, che egli passasse davanti al palco di Vandeleur. Prese il coraggio a due mani e tenendo gli occhi bassi si venne grado grado accostando a quello.
Camminava adagio poich davanti a lui era un vecchio signore che procedeva con incredibile lentezza, ansimando. Come si sarebbe egli comportato passando davanti al palco? Avrebbe chiamato i Vandeleur per nome? o strappatosi il fiore dalla bottoniera lo avrebbe gittato entro il palco? o, alzato il viso, avrebbe mandato un lungo e appassionato sguardo alla fanciulla, la quale poteva essere sua sorella, o fors'anche sua fidanzata?
Nel frattempo era arrivato davanti al palco: e sebbene in quel momento fosse ancora irresoluto sul da farsi, volse il capo all'ins e lev gli occhi. Un grido di delusione gli sfugg. Il palco era vuoto! Mister Vandeleur e sua figlia erano dileguati.
A questo punto una persona dietro di lui gli osserv cortesemente che egli ostruiva il passaggio, per il che egli si rincammin quasi come un automa, e sempre lasciandosi sospingere e trasportare dalla folla si ridusse, a poco a poco, fuor del teatro. L si ferm; e, il fresco della notte ridonandogli intere le sue facolt, sent che la testa gli doleva forte, e che delle parole udite sulla scena non ricordava pi nulla. Nello stesso tempo una carezzevole sensazione di sonno, fuggita ogni sovreccitazione nervosa, lo invase tutto. Chiam un cab, e si fece condurre a casa. Era molto affranto, disgustato della vita.
Il mattino seguente s'appost sulla via del mercato ad aspettare Miss Vandeleur. Verso le otto la vide che veniva gi da un vicolo. Era vestita con semplicit, quasi poveramente, ma nel portamento della persona e del capo aveva qualcosa di disinvolto e di signorile che avrebbe conferito un'aria di nobilt alla pi meschina acconciatura. Anche la sporta ch'ella recava al braccio la portava con tale grazia che pareva in lei un ornamento. E quando Francis, nascostosi entro un andito, la vide passare, gli sembr che il sole la seguisse e l'ombra le fuggisse davanti... (e in quel momento s'accorse anche d'un uccello che cantava in una gabbia nell'alto, sopra il vicolo).
La lasci passare, poi usc fuori e la chiam a nome.
Ella si volt, e, accortosi chi egli era, si fece pallida pallida.
"Oh, perdonate" diss'egli "lo sa Dio s'avevo voglia di spaventarvi! E davvero che non c' da spaventarsi di uno che v'augura ogni bene come io vi auguro... Ma, credetemi, se ho agito cos, l'ho fatto pi per necessit che per volont mia propria. Fra noi c' alcunch in comune, signorina... Io non posso vivere cos nel mistero... Ah, molto io potrei fare, ma ho le mani legate. Non so nemmeno che debbo sentire, quali siano i miei amici o i miei nemici..."
"Io non so chi voi siate" rispose ella articolando a stento le parole.
"Oh, s che lo sapete, Miss Vandeleur," riprese Francis "e meglio di quanto lo sappia io stesso. E gli  proprio su questo, vedete, che vorrei conoscere l'intera verit. Oh, ditemi, vi prego, ci che sapete di me!" scongiur egli. "Ditemi voi chi io sia, chi siete voi, e come i nostri destini sieno mescolati... Rischiaratemi un po', vi prego, sulla mia vita, Miss Vandeleur... Soltanto una parola ditemi che mi possa indirizzare; soltanto il nome di mio padre, se volete... e vi sar riconoscente in eterno!"
"Non vorrei procurarvi una delusione. Ebbene, io so chi voi siete, ma non  mia facolt di rivelarvelo".
"Oh, allora ditemi almeno che m'avete perdonato la mia audacia di poc'anzi e, se vorrete, attender con tutta pazienza. Se  destino ch'io non debba sapere, aspetter.  crudele, ma sopporter questa condanna. Soltanto fate che al mio avvilimento non s'aggiunga questa amarezza di sapervi mia nemica".
"Voi non avete fatto che ci ch'era naturale, e non ho nulla da perdonarvi. Addio".
"Addio, proprio, e null'altro?"
"Come volete. Addio, per ora".
E detto questo ella se n'and.
Francis ritorn al suo alloggio in uno stato di grande agitazione. Durante la mattinata i suoi progressi nello studio di Euclide furono assai scarsi, e fu pi il tempo che stette alla finestra che non alla sua scrivania improvvisata. Ma, per quella mattina, tranne il ritorno di Miss Vandeleur e l'incontro di lei col padre che stava fumando un sigaro, nulla di nuovo egli pot notare intorno alla casa dalle persiane verdi. A mezzod scese a divorare in fretta in fretta un boccone a una trattoria dei dintorni, poi torn subito in casa. Quando v'arriv vide un servo in livrea che faceva passeggiare un cavallo da sella lungo il muro del giardino. Il portiere appoggiato alla porta, la pipa in bocca, era tutt'assorto a rimirare la livrea e lo stallone.
"Che bella bestia eh?" fece costui come vide entrare Francis. "E che livrea chic! Appartengono al fratello di Monsieur de Vandeleur, che ora  l dentro, in visita.  un pezzo grosso, un Generale dei suoi paesi. L'avr sentito nominare".
"Confesso che non ne ho sentito mai discorrere" replic Francis. "Noi s'ha molti ufficiali di quel grado e, del resto, le mie occupazioni sono puramente borghesi".
" lui" continu il portiere "che ha smarrito il grande diamante dell'India. Di questo almeno avr letto sui giornali".
Appena Francis pot liberarsi dal portiere, scapp in fretta di sopra e si mise alla finestra. Sotto di lui, nello spazio che il fogliame lasciava libero, vide due signori seduti che discorrevano e fumavano. Il Generale era uomo rosso di viso, militaresco, e di qualche rassomiglianza col fratello: lo arieggiava un po' nelle fattezze del viso, quantunque assai poco nel portamento agile e potente del corpo: era pi vecchio, pi basso di statura, d'aspetto pi ordinario. Appetto al Dittatore pareva la sua caricatura.
Chinati sulla tavola i due discorrevano a voce bassa di cosa che pareva di grave interesse; Francis per non poteva cogliere che qualche parola, ogni tanto, a caso. Tuttavia egli pot persuadersi che la sua persona e la sua carriera erano il soggetto principale di quella conversazione, perch parecchie volte ud proferire il nome di Scrymgeour, che gli era facile distinguere, e anche gli parve notare pi spesso il nome di Francis.
D'un tratto, il Generale, in un fiotto di collera, scoppi in un'esclamazione impetuosa.
"Francis Vandeleur!" grid calcando su l'ultima parola "Francis Vandeleur, ti dico!"
Il Dittatore fece un moto tra l'affermativo e lo sprezzante, ma la sua risposta non pot esser percepita da Francis.
Era dunque lui il Francis Vandeleur in questione? Discutevan essi il nome ch'egli doveva assumere sposandosi? O tutto questo non era che un sogno, un'illusione della sua fantasia?
Dopo un altro po' di discorsi che Francis non ud, parve che tra i due fosse sorto qualche dissenso, perch d'un tratto il Generale scoppi a gridare, in modo da esser udito anche da lui:
"Mia moglie?... Ma io me n'infischio di mia moglie! Non voglio nemmen pi udire il suo nome! Sono stufo d'udire il suo nome!" e qui bestemmi forte dando un pugno sulla tavola.
Dai gesti che poteva scorgere, sembr a Francis che il Dittatore si desse ad ammansire il fratello e, dopo un po', vide che lo riconduceva alla porta del giardino, dove i due si strinsero la mano con una certa cordialit. Ma, rientrato, John Vandeleur scoppi in un'alta risata che all'orecchie di Francis son alquanto maligna e diabolica.
Cos un altro giorno pass che Francis qualcosa di nuovo lo aveva pur appreso. Si ricord che l'indomani era gioved e per quel giorno si ripromise altre interessanti scoperte. Tutto poteva essere per il meglio o per il peggio, ma almeno adesso era sicuro che qualche notizia curiosa l'avrebbe spigolata, e se la fortuna l'aiutava, col tempo, sarebbe arrivato a chiarire quel mistero che circondava suo padre e la sua famiglia.
Avvicinandosi l'ora del pranzo, nel giardino si notarono vari preparativi. La tavola che Francis scorgeva attraverso il fogliame fu adibita a credenza da mettervi su i piatti, le salse e le ampolle, mentre l'altra, che restava nascosta al suo sguardo, veniva imbandita per i commensali. Su quella Francis scorgeva biancheggiare una tovaglia e brillare de' piatti d'argento.
Mr. Rolles arriv, puntuale. Pareva uomo che stesse sul chi vive, parlava sommesso e con circospezione. Il Dittatore pareva invece d'umore assai allegro. Le sue risate giovanili risonavano frequenti pel giardino, e dalle inflessioni, dai continui mutamenti di tono della sua voce si poteva arguire ch'egli stesse raccontando delle storie argute imitando nel loro linguaggio gli accenti de' vari paesi ch'egli aveva attraversato. Tanto che lui e il giovine prete non avevano ancor finito di bere il vermouth che ogni aria di diffidenza era sparita fra loro, e la discorrevano insieme come due vecchi compagni di scuola.
Di l a poco Miss Vandeleur comparve con la zuppiera. Rolles accorse offrendosi di aiutarla, il che ella rifiut, ridendo. Poi tutti si misero a tavola e Francis non fu in grado di vedere ed udire che assai poco di quello che avveniva sotto di lui. Pareva per che il pranzo andasse innanzi assai gaiamente, perch era un continuo cicalo e un tintinnire di piatti e posate sotto il castagno. Francis poi che non aveva con s che una pagnottella da rosicchiare potete figurarvi se non provasse una certa invidia a quel buon odore di vivande! Indugiando su un piatto o su l'altro, i tre arrivarono finalmente al dessert, e l il Dittatore stapp di sua mano una bottiglia di vecchio vino. Intanto s'era fatto scuro e poich la notte era stellata e senza vento, una lucerna venne posata sulla tavola da pranzo e due candele su quella delle stoviglie e dei piatti. La luce si diffuse giungendo a rischiarare fino alla porta e alla finestra della veranda, e il giardino apparve tutto fantasiosamente illuminato.
Forse per la decima volta Miss Vandeleur rientr in casa e poi ne usc recando sulle braccia un vassoio con tazze da caff ch'ella pos sulla piccola tavola dei piatti.
In quella Mister Vandeleur s'alz.
"Il caff  di mia competenza!" l'ud esclamare Francis.
E di l a poco lo vide che stava ritto in piedi davanti la tavola, nella luce delle candele e mentre continuava a discorrere, volgendosi tratto tratto verso i commensali; vide pure che versava due tazze di caff, poi rapidamente, con un gesto da prestigiatore, svuotava il contenuto d'una fialetta nella pi piccola delle due tazze.
L'atto era avvenuto con tanta rapidit che Francis, che pur osservava intensamente, ebbe appena tempo d'accorgersene avanti fosse compiuto. Ma subito dopo Mister Vandeleur si volse e, sempre ridendo, torn verso la tavola recando una tazza per mano.
"Prima che avremo sorbito queste qui" diss'egli "di certo vedremo comparire il nostro famoso Ebreo".
Qui sarebbe impossibile dipingere la confusione, l'angoscia, l'orrore che invasero Francis Scrymgeour. Aveva assistito allo svolgersi d'una atroce commedia, e si sentiva costretto a intervenire, e non sapeva come... Ma tutto ci poteva anche essere una mera burla, e allora che figura avrebbe egli fatto se, intervenendo, avesse dato a divedere di star a spiare nei fatti altrui? Oppure la cosa era vera, e allora l'uomo che aveva compiuto il delitto, potendo essere suo padre, doveva toccare proprio a lui, lui Francis, a trascinar alla rovina l'autore de' suoi giorni?
Per la prima volta sent che grave responsabilit pesasse su quella sua posizione di spiatore. D'altronde restare inoperoso, in quel momento, con quel subbuglio di sentimenti che dentro gli contrastavano, era per lui una ben aspra tortura. S'aggrapp alle sbarre delle imposte. Il suo cuore batteva a furia, a sbalzi, sentiva un gran sudore sprillargli fuori da tutto il corpo.
Parecchi minuti passarono.
Gli sembr che la conversazione venisse languendo, diminuisse sempre pi di vivacit, ma nulla ancora percepiva di notevole, di allarmante.
D'un tratto ud come il rumore d'un bicchiere che cade frantumandosi per terra, e poi un colpo fioco, quatto, come d'un corpo che stramazzi gi su una tavola, il capo in avanti. In quella un grido di Miss Vandeleur si lev dal giardino
"Ma che hai fatto?  morto!..."
Il Dittatore rispose con un basso murmure, ma cos violento e sibilante che ogni parola pot esser percepita da Francis.
"Stai zitta!" strideva. "Egli sta meglio di me. Via, prendilo su per le calcagna ora, ch'io lo piglier per le spalle, e lo portiamo dentro".
Francis sent che la ragazza sbottava in lacrime.
"Hai inteso?" torn a dire il Dittatore col medesimo tono di voce. "O vuoi forse che ci guastiamo? Ti lascio la scelta, Miss Vandeleur".
Vi fu una pausa, poi il Dittatore ingiunse di nuovo:
"Prendilo per le calcagna, ti dico. Bisogna ch'io l'abbia dentro casa. Fossi pi giovine, questa faccenda me la sbrigherei da me, ma ho il dorso carico d'anni, e tu mi devi aiutare".
" un delitto!" sussurr la ragazza.
"Sono tuo padre" replic Mister Vandeleur.
Questa dichiarazione parve avesse il suo effetto, poich qualche istante dopo s'ud un fruscio di passi strascicati sulle ghiaie del viale, poi il rumore d'una sedia rovesciata, e Francis pot vedere padre e figlia che venivano innanzi rasente il muro, reggendo il corpo inanimato di Mister Rolles ch'ella teneva afferrato per i piedi, egli dalle spalle. Il giovane ecclesiastico appariva pallido, in istato di estrema prostrazione. Il capo gli dondolava gi dalle spalle ad ogni passo.
Era vivo o morto? Nonostante le parole del Dittatore, Francis inclinava verso quest'ultima supposizione. Un gran delitto era stato compiuto, una gran calamit era piombata sulla casa dalle persiane verdi!
Ma ecco che, a poco a poco, il senso d'orrore ch'egli provava all'idea di quel delitto, venne cedendo a un'ansiosa preoccupazione per la sorte di quella fanciulla e di quel vecchio sui quali gi vedeva pendere la minaccia di un terribile castigo. Un'ondata di generosi sentimenti invase il suo cuore; ora sentiva di dover difendere il padre suo contro il destino, contro la giustizia degli uomini, contro l'umanit tutta quanta. E, spalancate le imposte, chiuse gli occhi e si gett gi con le braccia aperte dentro il fogliame del castagno.
I rami, un dopo l'altro si piegavano sfuggendo alla sua presa o si rompevano sotto il peso del suo corpo; ma, alla fine, gli riusc abbrancarsi ad uno dei pi robusti, ad accavallarvi il braccio, e l rimase, sospeso nel vuoto, per qualche istante, finch si lasci andare e cadde pesantemente al suolo, gi contro la tavola.
Un grido d'allarme part dalla casa e lo avvert che la sua presenza non era passata inosservata. Si rimise tosto in piedi, super in un salto la larghezza del viale, e s'affacci alla porta della veranda.
Nel mezzo di un piccolo salotto stuoiato e, torno torno, circondato da tanti scompartimenti colmi di rari e costosi oggetti, Mister Vandeleur stava chino sopra il corpo inanimato di Mister Rolles. Come vide apparire il giovine, il Dittatore si rizz su, e, in quell'istante, Francis pot notare un rapido armeggio. Fu un attimo, che neanche Francis ebbe tempo di assicurarsene bene, ma proprio gli sembr che il Dittatore avesse tolto di mezzo al petto dell'ecclesiastico un oggetto, e, datogli una rapidissima occhiata, l'avesse poi passato nelle mani della figliola.
Tutto questo era accaduto mentre Francis teneva un piede sulla soglia e l'altro ancora levato. Qualche istante dopo egli era l in ginocchio ai piedi del Dittatore.
"Padre!" grid. "Lasciate che v'aiuti... Far quel che vorrete, senza richiedervi di nulla. Vi obbedir, obbedir con tutte le mie forze. Trattatemi come figlio, e avrete intera la mia devozione di figlio"
Uno scoppio di bestemmie fu la prima risposta del Dittatore.
"Figlio? Padre?" grid. "Padre? Figlio? Ma che sacr... di commedia  questa! Che volete da me? Chi siete, per dio?"
Francis, tutt'allibito, trasognato, si lev in piedi e gli stette di faccia muto.
L parve che una luce improvvisa rischiarasse gli spiriti di Mister Vandeleur perch scoppi in un'alta risata.
"Ah, ora capisco!" fece. "Questi  Scrymgeour. Benissimo, signor Scrymgeour. Ora vi dir io in quattro parole il fatto vostro. Voi siete entrato a forza nella mia abitazione, forse a frode, non certo dietro mia sollecitazione, e voi mi capitate qua anche in un momento in cui mi trovo in grande imbarazzo con questo mio ospite che m' caduto in deliquio durante il pranzo, e venite a importunarmi con le vostre sciocche proteste. Ebbene, voi non siete mio figlio, se proprio volete saperlo, voi siete un figlio bastardo di mio fratello e di una pesciaiola. Io, per me, vi considero con la pi perfetta indifferenza, direi quasi con avversione; e, a giudicarvi dal modo con cui vi siete comportato, penso che la vostra educazione non dev'essere assai dissimile dal vostro esteriore. Intanto, per, vi pregherei di liberarci al pi presto possibile dalla vostra presenza: ch se non fossi cos occupato" aggiunse poi appoggiando le parole con una terribile bestemmia "vorrei farvi sentire anche un po' il peso del mio bastone".
Francis fu profondamente avvilito. Fuggire avrebbe voluto e subito, gli fosse stato possibile, ma poich non vedeva modo alcuno di scampare da quella dimora nella quale cos disgraziatamente era entrato, non seppe far altro che rimanersene l in piedi, come un babbeo.
Miss Vandeleur ruppe il silenzio per la prima.
"Padre," diss'ella "tu parli incollerito. Mister Schrymgeour pu aver errato entrando qua dentro, ma le sue intenzioni son buone ed oneste".
"Grazie tante" replic il Dittatore. "Tu mi fai ricordare per l'appunto d'aver qualche altra cosuccia da dire al signor Schrymgeour. Mio fratello" ripigli volgendosi al giovine "fu tanto balordo da concedervi un annuo appannaggio, e balordo e presuntuoso tanto da venir a propormi un matrimonio fra voi e questa signorina. La quale avendo avuto modo di vedervi e di considerarvi sere fa, ho l'onore di dirvi, signor mio, ch'ella ripudia tale proposta con un cordiale disgusto".
Il tono col quale il vecchio pronunciava queste parole era, se possibile, pi oltraggioso delle parole stesse. Francis si sent schernito, umiliato nel modo pi atroce. Con l'animo sconvolto, si copr la faccia con le mani e scoppi a piangere.
Miss Vandeleur venne anche questa volta in suo aiuto.
"Mr. Schrymgeour," esclam con un chiaro ed uguale tono di voce "non fate caso alle ruvide parole di mio padre. Io non sento per voi nessun disgusto. Al contrario, non desidero altro che d'aver l'occasione di conoscervi meglio. Credetemi, io non sento per voi che della piet e della stima".
In quella Mister Rolles di un moto convulso con le braccia, il che persuase Francis che gli era stata propinata soltanto una droga e che ora egli cominciava a liberarsi dall'influenza della sostanza oppiata. Mister Vandeleur si chin ad esaminare la sua faccia.
"Via, via," esclam poi levando il capo "finiamola con queste chiacchiere. E giacch voi, Miss Vandeleur, vi compiacete tanto del contegno di costui, pigliate un lume e conducete alla porta il bastardo".
La signorina s'affrett ad ubbidire.
Come si trovarono soli in giardino
"Vi ringrazio con tutta l'anima!" proruppe Francis. " stata questa la notte pi triste della mia vita, ma io ne serber sempre un ricordo assai grato".
"Ho parlato come mi dettava la coscienza, e secondo il vostro diritto. Mi sapeva tanto male vedervi trattato a quel modo!"
Eran giunti alla porta del giardino. Miss Vandeleur depose il candeliere per terra e disserr il chiavistello.
"Una parola ancora vi vorrei dire" fece Francis. " questa l'ultima volta che ci vediamo? Non vi vedr ancora?"
"Ahim, avete udito ci che ha detto mio padre... Che posso io fare se non ubbidire?"
"Ditemi almeno che nel vostro cuore voi non approvate le sue parole... ditemi che non  vostro desiderio che questa sia l'ultima volta che ci vediamo!"
"Ebbene, s, non lo . Io vi stimo bravo ed onesto giovine".
"Allora" disse Francis "volete lasciarmi un vostro ricordo?"
Ella indugi un poco la mano sulla chiave. Sbarre e chiavistelli eran disserrati; ora non restava che aprire la serratura.
"Se io vi compiaccio in quanto mi chiedete" fece lei "mi promettete di fare ci che vi dico?"
"Punto per punto" rispose Francis. "Sulla mia parola".
Ella gir la chiave nella toppa e spalanc la porta.
"Ebbene, qualunque cosa udiate o checch vi accada, non ritornate pi in questa casa. Affrettate il passo finch avrete raggiunto i quartieri pi affollati della citt. Ma anche l state sul chi vive, perch voi correte un grande pericolo. Promettetemi che non guarderete il mio ricordo finch non sarete in luogo sicuro".
"Lo prometto" rispose Francis.
Ella allora gli mise nella mano un oggetto ravvolto in una pezzuola, poi: "Correte!" gli grid, e lo spinse nella via.
Francis ud la porta che si richiudeva, poi il rumore del catenaccio serrato. E, giacch lo aveva promesso, s'avvi di corsa gi pel vicolo che conduceva in Rue Ravagnan.
Continu a correre per un pezzo finch riusc in Piazza dell'Opera, rischiarata dalle lampade elettriche come fosse di giorno. L volse a destra lungo i boulevards ed entr nel Caf Americain dove ordin una birra. Qua e l due o tre persone stavano sedute ai tavolini, ma Francis era troppo tuffato ne' suoi pensieri per accorgersi di loro.
Trasse di tasca l'involtino, lo liber dalla pezzuola, e gli apparve un astuccio di marocchino con cerniera e fregi dorati. Allora fece scattare la molla, l'apr e ai suoi occhi stupefatti apparve un diamante di mostruosa grossezza e di straordinario splendore. La cosa per s era tanto inesplicabile, il pregio del diamante appariva cos enorme, che Francis rimase l seduto a fissare quella meraviglia, immobile, trasognato, come uomo preso da improvviso inebetimento.
In quella sent una mano posarsi sulla sua spalla con ferma dolcezza, e una voce, quieta, nella quale tuttavia vibrava come l'aria di un comando, che gli diceva:
"Chiudete l'astuccio e ricomponete il vostro viso".
Si volse e scorse un uomo, ancora giovine, dall'aspetto pacato, cittadino, e vestito con ricca semplicit. Costui s'era levato da un tavolo vicino, e, presa con s la bibita, era venuto a sedersi accanto a Francis.
"Richiudete l'astuccio" ripigli a dire lo straniero "e riponetelo in tasca. E, se non vi spiace, cercate di non aver pi quell'aria stordita. E state pure a vostro agio con me, come fossi un vostro amico. Cos. Ora toccate il vostro bicchiere col mio. Bene. Temo, signore, che voi siate un collezionista".
Queste parole lo straniero le aveva pronunciate con un sorrisetto malizioso, buttandosi all'indietro, e traendo con volutt una larga boccata di fumo.
"Ma, e voi chi siete?" domand Francis. "E che significa tutto questo? Fatto  ch'io da qualche tempo a questa parte vo' passando attraverso tali sbalordimenti, ogni cosa si conduce con me cos pazzamente, che io o devo essere ammattito, o devo trovarmi su di un altro pianeta. Per il vostro viso m'ispira confidenza. Voi mi sembrate persona saggia, affabile e piena d'esperienza. Perch vi siete avvicinato a me in questa maniera cos singolare?"
"Tutto a suo tempo" rispose lo straniero. "Ma ora, su, ditemi, come mai il Diamante del Raj si trova in vostre mani?"
"Il Diamante del Raj?"
"Fossi nei vostri panni, non parlerei cos forte" ribatt lo straniero. "Certamente,  proprio il Diamante del Raj che voi avete in tasca. Ho avuto occasione di vederlo e di tenerlo in mano forse una ventina di volte visitando la collezione di Sir Thomas Vandeleur".
"Sir Thomas Vandeleur! Il Generale? Mio padre?"
"Vostro padre?... To', non sapevo davvero che il Generale avesse famiglia".
"Sono un figlio naturale, signore..." esclam Francis arrossendo.
L'altro s'inchin con una certa gravit, come un uomo che si scusa presso un suo pari. Per modo che Francis da quell'atto si sent come alleviato e confortato. La compagnia di quella persona gli faceva bene, gl'ispirava fiducia e rispetto. E, quasi inconsapevolmente, tocc l'ala del suo cappello di feltro, come alla presenza di un superiore.
"M'accorgo" ripigli lo straniero "che le vostre peripezie non sono state delle pi pacifiche. Avete il solino lacerato, la faccia pesta, un graffio sulla tempia... Non ve l'avete a male se vi chiedo in qual modo vi siete appropriato l'enorme valore che avete in tasca?"
"Scusate" osserv Francis. "Io non mi sono appropriato niente. Vi dir che questo diamante mi  stato donato da Miss Vandeleur di Rue Lepic, un'ora fa".
"Da Miss Vandeleur di Rue Lepic? Oh, ci m'interessa assai. Continuate, vi prego".
"Mio Dio!" esclam Francis a questo punto.
La sua memoria ebbe un improvviso trasalimento. Ramment di aver veduto Mister Vandeleur togliere un oggetto dal petto del suo visitatore addormentato, e quell'oggetto, ora n'era convinto, era l'astuccio di marocchino.
"Vi risovvenite di qualcosa?" domand lo straniero.
"Ascoltatemi" disse allora Francis. "Io non so chi voi siate, ma vi credo persona degna di confidenza e capace al caso di soccorrermi. Io mi trovo in brutte acque. Ho bisogno di consiglio, d'aiuto, e giacch voi m'invitate a spiegarmi, ecco lo faccio di buona voglia".
E qui brevemente gli narr tutte le sue peripezie risalendo fino al giorno del suo convegno col gerente della ditta.
"Strana istoria!" esclam lo straniero, appena il giovine ebbe terminato. "La vostra situazione  piena d'intoppi e di pericoli. Alcuni, nel vostro caso, vi avrebber consigliato di andare in cerca del padre vostro e di consegnargli il diamante. Io ho un'altra idea. Cameriere!" grid.
Un cameriere s'avvicin.
"Fatemi il favore di condurmi qui il direttore".
Di l a poco il cameriere torn in compagnia del direttore che garbatamente s'inchin.
"Abbia la bont" gli fece lo straniero additandogli Francis "di dire a questo signore il mio nome".
"Lei ha l'onore" disse il direttore al giovine Scrymgeour "di sedere allo stesso tavolino con Sua Altezza il Principe Florizel di Boemia".
Francis balz precipitosamente in piedi e fece una profonda riverenza al Principe, che lo preg di rimettersi a sedere.
"Vi ringrazio" fece Florizel al direttore "e scusatemi se v'ho scomodato per s poco". E lo conged con un atto della mano.
"Ed ora" soggiunse a Francis "datemi il vostro diamante".
Senza parlare Francis glielo porse.
"Sta bene" disse Florizel. "Il vostro animo v'ha ispirato bene, e verr giorno in cui dovrete esser riconoscente alle vostre disgrazie di stanotte. Un uomo pu ritrovarsi in mille avversit, Mister Scrymgeour, ma se ha cuor nobile e intelletto sereno, gli riuscir sempre di trarsene d'impaccio con onore. Datevi pace. La vostra faccenda  nelle mie mani, e, grazie a Dio, sono abbastanza potente per poterla condurre a buon fine. Ed ora abbiate la bont di seguirmi sino alla mia carrozza".
Cos dicendo si lev, depose una moneta d'oro nel piattello del cameriere e usc col giovine Francis che condusse ad un luogo lungo il boulevard dov'erano ad attenderlo una modesta carrozza e due servi senza livrea.
"Questa carrozza" disse " a vostra disposizione. Voi raccogliete i vostri bagagli, poi un servo vi condurr a una mia villa nei dintorni di Parigi dove potrete dimorare a vostro agio finch avr trovato modo di risolvere per il meglio la vostra situazione. L troverete pure un bel giardino, una biblioteca di buoni libri, un cuoco, una cantina e alcuni ottimi sigari che vi raccomando. Jrme" esclam volgendosi a uno dei servi "hai udito ci che ho detto? Ebbene, Mister Scrymgeour  affidato a te. So che avrai ogni cura del mio amico".
Francis balbett alcune frasi di ringraziamento.
"Mi ringrazierete poi" disse il Principe "quando avrete riconosciuto vostro padre e sposato Miss Vandeleur".
Poi si volse e s'incammin a passi tranquilli in direzione di Montmartre. Di l a poco fece un cenno al primo cab che passava, gett un indirizzo al cabman e, un quarto d'ora pi tardi, picchiava alla porta del giardino di Mister Vandeleur.
La porta fu aperta con precauzione dal Dittatore in persona.
"Chi siete?" domand.
"Perdonate questa visita a tarda ora..." fece il Principe.
"Oh, Vostra Altezza  sempre il benvenuto" rispose Mister Vandeleur indietreggiando.
Il Principe approfitt dello spazio che si era dischiuso fra i due battenti per cacciarvisi dentro e, senza attendere il suo ospite, incamminarsi diritto verso la casa, dove apr la porta del salone.
Due persone erano l. Una era Miss Vandeleur con segni di pianto attorno agli occhi e scossa ancora da singhiozzi; nell'altra il Principe riconobbe il giovane ecclesiastico che l'aveva richiesto di consigli, qualche mese avanti, nella sala del Club.
"Buonasera, Miss Vandeleur" disse Florizel. "Mi sembrate affranta... Mister Rolles, non  vero? Spero, Mister Rolles, che avrete cavato qualche profitto dal vostro studio su Gaboriau".
Il giovane prete era troppo di malumore per entrare in discorsi. Abbozz un brusco inchino e continu a mordicchiarsi le labbra.
"A che buon vento debbo l'onore della presenza di Vostra Altezza?" domand Mister Vandeleur.
"Son venuto per discuter con voi di un certo affare..." rispose il Principe. "E poi che l'avremo discusso, pregher la cortesia di Mister Rolles di accompagnarmi a fare una passeggiata. Mister Rolles," aggiunse con severit "permettetemi di rammentarvi che sono ancora in piedi".
L'ecclesiastico balbett alcune parole di scusa. Poi il Principe prese una sedia presso la tavola, consegn il cappello a Mister Vandeleur, il bastone a Mister Rolles e, lasciando loro due ritti, cappello e bastone in mano, cos parl:
"Son venuto per discutere d'affari, ma fossi venuto anche per puro piacere non sarei meno scontento dell'accoglienza che mi avete fatta. Voi, signore," continu volgendosi a Mister Rolles "avete trattato con incivilt un vostro superiore; voi, Vandeleur, mi accoglieste con un amabile sorriso mentre sapete d'aver la coscienza non tutta pulita. Non voglio esser interrotto!" aggiunse con aria decisa. "Son venuto qui per parlare e non per ascoltare, e vi domando di ascoltarmi con rispetto e di obbedirmi con puntualit. Al pi presto possibile vostra figlia sposer, all'Ambasciata, il mio amico Francis Scrymgeour, figlio riconosciuto di vostro fratello. Vi sar grato se le offrirete in dote non meno di diecimila lire sterline. Quanto a voi vi d per consiglio d'entrare in una missione che si recher al Siam, la quale affido alle vostre cure. Ed ora ditemi, intendete accettare o no queste condizioni?"
"Vostr'Altezza mi vorr perdonare se, rispettosamente, le faccio una dichiarazione?"
"Dite".
"Vostr'Altezza ha chiamato Mister Scrymgeour suo amico. Avessi saputo che godeva di un tale onore, l'avrei trattato con l'adeguato rispetto".
"Siete scaltro, voi, ma io non mi prester al vostro gioco. Ora sapete quali sono i miei ordini. Anche se quel signore non l'avessi conosciuto mai prima d'ora, essi non sarebbero meno perentori".
"Vostr'Altezza interpreta le mie intenzioni con la sua consueta perspicacia. Una parola. Sfortunatamente ho denunciato Mister Scrymgeour per furto e messo la polizia sulle sue tracce. Debbo mantenere o ritirare tale accusa?"
"Fate come v'aggrada. La questione  tra la vostra coscienza e la legge del paese. Ed ora datemi il mio cappello, e voi, Mister Rolles, il mio bastone e seguitemi. Miss Vandeleur, vi auguro la buonanotte. Il vostro silenzio" aggiunse volgendosi al Dittatore "lo riterr consenso senza riserva".
"Se non posso far di meglio mi sottometter, per avverto Vostra Altezza che la cosa non andr tanto liscia".
"Voi siete vecchio, Vandeleur, ma gli anni portan disgrazia ai malvagi. La vostra vecchiaia  pi malaccorta dell'altrui giovinezza. Fate di non provocarmi, o mi troverete pi severo di quanto vi pensate.  la prima volta che mi metto ad attraversarvi il passo. Fate anche che sia l'ultima, Vandeleur".
Con queste parole, fatto cenno al prete che lo seguisse, Florizel lasci il salone e s'incammin verso la porta del giardino. Il Dittatore gli tenne dietro con una candela in mano, e giunto l ancora una volta disserr i complicati congegni che proteggevano la sua dimora.
Il Principe dalla soglia si volse.
"Vostra figlia non  qui" disse. "Vi posso dunque assicurare che ho ben inteso le vostre minacce. Ma, badate, sol che alziate una mano, v'attirereste addosso una subita e implacabile rovina".
L'altro non rifiat. Ma come il Principe s'era voltato lo minacci a pugni tesi, con un gesto di pazzo furore. Subito dopo, scantonando furtivo, correva verso la pi vicina stazione di cabs.
(Qui, dice il mio Arabo Autore, la catena degli eventi narrati si discosta per sempre dalla Casa dalle persiane verdi. Un'avventura ancora, poi avremo terminato il nostro "Diamante del Raj". Quest'ultimo anello della catena  noto agli abitanti di Bagdad col titolo di "L'avventura del Principe Florizel e di un detective").
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CAPITOLO 4. L'AVVENTURA DEL PRINCIPE FLORIZEL E DI UN DETECTIVE.
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Il Principe Florizel e Mister Rolles si avviarono verso la porta del piccolo albergo ove quest'ultimo era alloggiato. Avevano ragionato insieme a lungo e il prete era pi che mai commosso dalla severit e insieme dalla tenerezza dei rimproveri che il Principe gli muoveva.
"Sono un uomo rovinato!" esclamava. "Aiutatemi, aiutatemi voi, ditemi che debbo fare... No, decisamente io non ho la virt di un prete, n l'abilit di un furfante".
"Ora che vi sentite contrito e umiliato" replic il Principe "io non ho pi nulla da suggerirvi. Il pentito ha da fare con Dio e non coi Principi. Ma se proprio lo volete un altro suggerimento, andate, come colono, in Australia; trovatevi qualche rude lavoro all'aria aperta e dimenticate d'esser stato prete e di aver messo gli occhi addosso a quella pietra maledetta".
"S, maledetta!" rispose Rolles. "Ma dov' adesso? Quale altro malanno sta essa tramando ancora a danno dell'umanit?"
"Oramai  resa innocua" replic il Principe. " in tasca mia. E questo vi dimostri" soggiunse affettuosamente "quanta fede io nutra nel vostro pentimento".
"Oh, lasciate che vi stringa la mano..."
"No," rispose il Principe "non ancora" e profer quest'ultime parole con un accento che al giovane parve assai risoluto.
Poi, quando il Principe lo lasci, egli rimase sulla soglia a seguirlo con lo sguardo finch fu scomparso, invocando la benedizione del cielo su un uomo di cos rara bont e consiglio.
Il Principe cammin solo, parecchie ore, per vie poco frequentate. Mille crucciosi pensieri lo assediavano. Che avrebbe egli fatto del diamante? L'avrebbe egli restituito al suo proprietario ch'egli riteneva tuttavia indegno di possederlo, o, con un atto risoluto, l'avrebbe sottratto una volta per sempre alla cupidit degli uomini? Il modo col quale era pervenuto nelle sue mani gli pareva proprio provvidenziale. Lo trasse dalla sua custodia e lo andava rimirando alla luce del lampione di strada. La sua grossezza, il suo meraviglioso splendore sempre pi lo confermavano a credere ch'esso sarebbe stato cagione di altre rovinose sventure al mondo.
"Dio m'assista," esclam fra s "un po' ancora ch'io lo guardo, finisce che divento un delinquente anch'io".
Infine, sebbene incerto sul da fare, s'incammin verso un piccolo elegante palazzetto situato sulla riva del fiume e che era stato per secoli propriet della sua reale famiglia. Sulla porta, sugli alti comignoli stava scolpito lo stemma di Boemia; e si poteva scorgere, passando per l, un breve recinto tutto gremito di scelti fiori e una cicogna, forse l'unica in Parigi, appollaiata su un gabbione. Domestici dall'aspetto grave passavano avanti e indietro e ogni tanto il portone si spalancava e una carrozza filava sotto il vasto androne.
Quella dimora era gradita per molte ragioni al Principe Florizel, n mai gli accadeva d'avvicinarsene senza provare quella gioia che si prova nell'accostarsi alla propria casa, sentimento cos raro nei grandi, e quella sera si ferm l a contemplare il vasto tetto e le finestre blandamente illuminate, con compiacenza schietta e serena.
Stava per avvicinarsi alla porticciola dietro casa per la quale era consueto entrare quando un uomo venne fuori dall'ombra e gli fece una riverenza.
"Ho l'onore di parlare col Principe Florizel di Boemia?"
"Questo  il mio titolo. Che desiderate?"
"Sono un detective e debbo consegnare a Sua Altezza questo biglietto del Prefetto di Polizia".
Il Principe prese il biglietto, lo scorse rapidamente alla luce del lampione. Con molte scuse lo si richiedeva di seguire il latore del biglietto sino alla Prefettura di Polizia.
"In poche parole, sono in arresto" disse Florizel.
"Altezza," replic il detective "son certo che nulla  pi lontano dalle intenzioni del Prefetto di Polizia. Le faccio osservare ch'io non ho nessun mandato d'arresto. Si tratta soltanto di una semplice formalit; o meglio, di una doverosa spiegazione che Sua Altezza deve all'autorit".
"E, con questo, s'io mi rifiutassi di seguirvi?"
"Non voglio nascondere a Sua Altezza che mi  stata concessa una considerevole facolt di deliberazione" replic il detective con un inchino.
"Ah, parola che la vostra impudenza mi trasecola! Voi, come agente, passi, ma i vostri superiori mi pagheranno caro questo abuso d'autorit. Potete arguire quale sia la cagione di quest'atto impolitico e anticostituzionale?"
"Altezza," riprese il detective con umilt "il Generale Vandeleur e suo fratello ebbero la incredibile presunzione di denunciarla come ladro. Asseriscono che il celebre diamante  in Sue mani. Ma un Suo semplice diniego basterebbe a tranquillare su questo punto il Prefetto di Polizia. Dir di pi. Se Sua Altezza volesse spingere la Sua degnazione sino a voler dichiarare a me subalterno ch'Ella  interamente all'oscuro della cosa, mi ritirer sull'istante".
Florizel sino a questo punto aveva considerato la sua avventura un po' come una bagattella, grave soltanto, se mai, per qualche complicazione internazionale che ne avrebbe potuto nascere. Ma, all'udire il nome di Vandeleur, gli balen l'intera verit della perfida accusa che gli si muoveva. Egli era in istato d'arresto e dichiarato colpevole di furto. Tutto questo non solo costituiva per s una circostanza assai noiosa, ma metteva a risico la sua dignit e il suo onore. Che dunque doveva rispondere? Come doveva comportarsi? Ah, davvero che il Diamante del Raj era una pietra dannata: ed egli pareva designato ad esser l'ultima vittima della sua infernale influenza.
Per ora una cosa sola era palese, ch'egli non poteva rispondere affermativamente a quanto il detective gli aveva domandato. Meglio guadagnar tempo.
La sua esitazione tuttavia dur solo qualche istante.
"Sia come si voglia," diss'egli "incamminiamoci insieme verso la Prefettura".
L'uomo s'inchin nuovamente e s'accinse a seguirlo a rispettosa distanza.
"Avvicinatevi" disse il Principe. "Desidero discorrere un po' con voi... Ma, adesso che vi guardo bene, non  la prima volta che noi ci incontriamo".
" un onore per me" rispose il detective "che Sua Altezza si rammenti della mia fisionomia. Otto anni fa infatti io ebbi il piacere di intervistarla".
"Ricordare le fisionomie  un po' il vostro e mio mestiere. Infatti, propriamente parlando, un Principe e un detective militano sotto la medesima insegna. Ambedue noi combattiamo contro il delitto; soltanto la mia professione  pi lucrosa e la vostra pi irta di pericoli: ma l'una e l'altra hanno un intento comune, ed ugualmente onorevole. Ed io vi confesso che amerei meglio essere un bravo ed intelligente detective che un re inetto e balordo".
L'agente era vinto.
"Sua Altezza rende bene per male... A un atto d'oltracotanza contrappone la pi affabile cordialit".
"E come mai non siete tentato a pensare che io non cerchi di corrompervi con le mie parole?"
"Il cielo mi scampi dal fare una simile supposizione!"
"Risposta d'uomo saggio ed onorato. S, amico, il mondo  vasto e pieno di bellezza e di gioia, e sconfinata quindi la sua facolt di compensazione. Uno che saprebbe rifiutare il dono di un milione pu arrivare a patteggiare il suo onore per un impero o un amore di donna; ed io stesso che vi parlo mi sono trovato a tali occasioni cos tentatrici, in mezzo a seduzioni cos irresistibili per la forza d'una virt umana, che vi dico sono felice d'aver incontrato voi e poter confidare nella bont del Signore. Ed , vedete, grazie a questa semplice e dignitosa abitudine che voi ed io possiamo passeggiare insieme stasera, con cuori senza macchia".
"M'avevano gi riferito che Sua Altezza era valente uomo, non sapevo che fosse anche saggio e pio. Lei ha detto una gran verit e con un accento che mi tocca il cuore. Questo mondo  proprio un luogo di prove e di cimenti".
"Eccoci nel mezzo del ponte" esclam a questo punto Florizel. "Appoggiatevi al parapetto e guardate di sotto. Come l'acqua scorre l gi, cos le passioni e le complicazioni della vita trascinano via con s l'onest dei deboli. Vi voglio narrare una storia".
"L'ascolter con deferenza" rispose il detective.
S'appoggi egli pure al parapetto del ponte e stette ad udirlo.
La citt era gi immersa nel riposo notturno e se non fosse stato per la infinit di luci e il profilo dei caseggiati che spiccavano sul cielo stellato potevano dire di trovarsi soli sulla riva di qualche gran fiume solitario, in mezzo alla campagna.
"Un ufficiale," cominci a dire il Principe "un uomo di coraggio e di esperienza che per proprio merito era pervenuto a un grado eminente nell'esercito e si era guadagnati l'ammirazione e il rispetto della gente, in un'ora disgraziata per lui capit a visitare le collezioni di un Principe indiano. Col egli vide un diamante, ma di cos straordinaria dimensione e bellezza che da quell'istante non ebbe che un solo desiderio: onore, reputazione, amicizie, amor di patria, tutto fu pronto a sacrificare pur di appropriarsi quel pezzo di sfavillante cristallo. Per tre anni egli prest servizio nell'esercito di quel semibarbaro principe con la stessa devozione con cui Giacobbe serv Laban: alter i confini dello Stato; toller, senza punirli, i delinquenti; ingiustamente condann e mand a pena capitale un ufficiale suo fratello ch'ebbe la sventura di non piacere al Raj a cagione di alcune oneste amicizie che aveva: da ultimo trad un corpo di commilitoni lasciando che fossero disfatti e massacrati a migliaia. Alla fine, accumulata una vasta fortuna, se ne torn a casa col diamante tanto ardentemente sospirato.
"Anni passarono" continu il Principe "e un bel d il diamante fu smarrito: e ritrovato poi da un giovane ecclesiastico, creatura semplice, timorata di Dio e tutta dedita allo studio. Anche su di lui l'incanto fu gittato. Il giovine lascia in asso ogni cosa, le sue vocazioni, i suoi studi, e fugge via con la gemma in un altro paese. L'ufficiale aveva un fratello, un uomo senza scrupoli, astuto e audace, ch'era venuto a conoscere il segreto del buon prete. Che doveva fare? Riferirne al fratel suo e renderne informata la Polizia. No. Mediante una droga riesce ad assopire il prete e ad agguantare la preda. Ed ora per un puro caso (che non  tuttavia essenziale alla morale della mia favola) il gioiello passa dalle mani dell'ufficiale in quelle d'un'altra persona, la quale, atterrita a ci che ha veduto, lo affida ad un uomo di condizione eminente e di pura moralit. Il nome dell'ufficiale  Thomas Vandeleur, la gemma  chiamata il Diamante del Raj e" qui apr improvvisamente la mano "voi la potete veder qui davanti ai vostri occhi".
Il detective indietreggi con un grido.
"Poco fa parlavamo di corruzione" ripigli a dire il Principe. "Per me questo misero blocco di lucido cristallo  ignobile quanto un verme della terra, orribile come vi stesse condensato del sangue innocente. Eccolo qua in mia mano adesso, tutto splendente d'infernale fuoco. Ma io vi ho detto una parte della sua storia. I fatti che suscit nelle prime et, a quali delitti, a quali tradimenti egli trasse gli uomini d'un tempo, si trema solo al pensarvi. Per anni ed anni esso serv fedelmente le potenze dell'inferno. Ma ora basta. Basta, dico io, di sangue effuso, basta di sventure, basta di vite troncate, di amicizie disperse. Ogni cosa ha da avere una fine: il bene come il male, la peste come le dolci musiche; e, anche l'impero di questo diamante, Dio mi perdoni, questa notte dev'esser finito per sempre".
E cos dicendo, con un largo gesto del braccio, lanci nel vuoto il gioiello, che, descritto un arco di luce, sprofond gi dentro al fiume.
"Amen!" esclam Florizel. "Ho ucciso il Malocchio".
"Oh, ma che ha fatto?" grid il detective. "sono un uomo rovinato, io!"
"Quanti onesti invidierebbero la vostra rovina!" replic il Principe con un sorriso.
"Lo vede, Altezza, se non mi ha corrotto per davvero?"
"Cosa fatta capo ha" soggiunse Florizel. "E adesso avviamoci insieme alla Prefettura".
Non pass gran tempo che furon celebrate le nozze di Francis Scrymgeour e di Miss Vandeleur. Ebbero luogo in forma privata, e durante la cerimonia il Principe figur da valletto. I due Vandeleur, che avevano udito bucinare qualcosa intorno alla sorte toccata al loro Diamante, intrapresero grandi operazioni di scavo nel letto della Senna, il che fu divertimento e stupore di molti oziosi. Vero  che a cagione di calcoli errati essi avevan scelto male il ramo del fiume. Quanto poi al Principe, a quella sublime persona, avendo ormai compiuta la sua parte, insieme al nostro Arabo Autore possiamo dargli un addio per sempre. Ma se proprio il lettore desidera sapere pi minutamente di lui diremo che una recente rivoluzione lo sbalz dal trono di Boemia a cagione delle continue assenze e della meravigliosa negligenza ch'egli poneva nel trattare gli affari di Stato: e che ora ha messo su, in Rupert Street, un bottega da tabaccaio, ch' assai frequentata dai forestieri. Io ci bazzico di tanto in tanto a far quattro chiacchiere con lui ch' rimasto sempre l'istessa nobile creatura dei giorni della prosperit. Dietro al suo banco egli ha un aspetto olimpico, e quantunque la vita sedentaria cominci a farsi sentire sulle dimensioni del suo panciotto, egli , possiamo quasi assicurarlo, il pi bel tabaccaio di tutta Londra.
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Racconto: IL SIRE DELLA PORTA DI MALTROIT.
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Denis de Beaulieu non aveva ancora ventidue anni, ma gi si stimava uomo maturo e, per di pi, compito cavaliere. I giovani, in quei rozzi tempi di guerre, si formavan presto: e quando uno aveva preso parte a una battaglia campale o a una dozzina di scorrerie, o aveva accoppato un uomo onorabilmente e sapeva qualcosuccia di strategia e darsi una cert'aria spaccona, era certo d'essere assolto.
Quella sera, governato con le dovute cure il suo cavallo e cenato di buon appetito, usc, in ottima disposizione di spirito, per recarsi a far visita ad un amico. Non era quella una risoluzione troppo prudente per un giovane. Avrebbe fatto meglio restarsene bravamente accanto al fuoco o andarsene a letto: ch la citt era piena di truppe borgognone ed inglesi sotto misto comando, e, quantunque Denis possedesse un salvacondotto, era assai probabile che questo gli giovasse assai poco a trarsi d'impaccio, sventura volesse fosse stato aggredito.
Era il settembre 1429. Il tempo s'era messo al brutto. Un vento leggero e fuggevole, con rovesci di pioggia, scorrazzava sibilando lungo tutto il territorio della citt, e le foglie secche menavan riotta su per le strade. Qua e l qualche finestra s'illuminava, e il frastuono degli uomini armati, che dentro le case facevano chiasso sulle lor cene, usciva, a folate, subito inghiottito dal vento. Poi la notte cal rapida. Il vessillo inglese che sventolava dalla cima del pinnacolo divenne sempre pi scuro su quello scenario di fuggenti nuvoli, una macchia nerigna, come di rondine sperduta l nel tumultuoso plumbeo caos del cielo. Caduta la notte, il vento raddoppi di furore e cominci ad ululare sotto l'arcate e a muggire fra gli alberi della vallata che si stendeva sotto la citt.
Denis de Beaulieu cammin svelto, e fu presto a picchiare alla porta dell'amico; ma quantunque si fosse proposto di restarvi assai poco per far presto ritorno alla sua taverna, l'accoglienza che gli si fece in quella casa fu cos cordiale ed egli vi trov tante occasioni per indugiarvisi, che mezzanotte era gi sonata da un pezzo avanti che i due amici si salutassero dalla soglia dell'uscio. Nel frattempo il vento era caduto di nuovo, e la notte era divenuta nera nera come un sepolcro. Non una stella, non un barlume di luna trapelavano gi dal fitto padiglione delle nubi.
Denis era poco pratico di tutto quel dedalo di vicoli di Chteau-Landon. Gi altre volte, di pieno giorno, aveva stentato a rintracciarvi la strada: ora, poi, con quel buio pesto, era interamente disorientato. D'una cosa sola era certo: che per ritornare a casa doveva risalire la collina, poich la dimora dell'amico si trovava nell'estremit pi bassa, nella coda, diremo, di Chteau-Landon, mentre la taverna dov'era alloggiato, era dalla parte opposta, sotto la guglia della cattedrale. Con questo unico punto di riferimento Denis andava innanzi, ciampiconi, brancolando nel buio, traendo larghi respiri quando arrivava su qualche spiazzato dove poteva scorgere una buona fetta di cielo sopra il suo capo, procedendo a tastoni rasente il muro quando si trovava a passare attraverso recinti chiusi ed affogati.
C' un senso di sgomento misterioso a ritrovarsi cos ravvolti nella tetra opacit d'una notte come quella, in una citt quasi sconosciuta. Il silenzio intorno ci atterrisce per tutte le possibilit che vi fantastichiamo: il contatto con la sbarra gelata d'una finestra ci fa trasalire come il contatto d'un rospo: gli avvallamenti e i rialzi del terreno su cui camminiamo ci fan balzare ogni tratto il cuore alla gola, nelle zone dove la oscurit  pi fitta pare ci stiano ad attendere imboscate o fenditure: e anche l dove l'aria  pi chiara, le case creano di strane e ingannevoli apparenze come volessero deviarci e spingerci lungi dal nostro cammino. Quanto a Denis che doveva raggiungere la taverna senza un indizio qualsiasi che gli mostrasse la via da tenere, i pericoli cui andava incontro eran gravi quanto lo sconforto che gli recava quel camminare balordo: e procedeva cos, cauto, quantunque con coraggio, e, a ogni svolta, si fermava per guardarsi attorno.
Fino a quel momento il vicolo pel quale s'era messo era cos angusto ch'egli poteva toccarne i muri laterali con ambedue le mani, ma, d'un tratto, questo si fe' pi largo e divenne ripido e scosceso. Era evidente che quella non era la direzione della taverna, ma la speranza di qualche pi di luce lo consigli a continuare per quella strada, onde riconoscere i luoghi. Presto il vicolo sbocc su di una terrazza la quale terminava in una costruzione murale fatta a mo' di bertesca, donde, come da una feritoia, si poteva dominare, frammezzo ad alti caseggiati, la vallata che, oscura ed informe, si stendeva parecchie centinaia di piedi sotto di essa. Denis s'accost a quella torre e guard gi, e pot discernere cime d'alberi agitate dal vento e una piccola macchia scintillante nel punto dove la corrente del fiume si riversava gi da una chiusa. Il tempo s'era un po' rimesso, e il cielo rischiarato per modo che si potevano scorgere i profili de' nuvoloni pi spessi e il lineamento delle colline. A quell'incerto barlume Denis pot anche osservare che il caseggiato che sorgeva alla sua sinistra era un'abitazione di qualche pretesa. Era sormontato da molti pinnacoli e torricelle, e la tonda struttura d'un'abside circondata torno torno come da una frangia di degradanti colonnette sporgeva all'infuori, con una certa baldanza, dal viluppo degli edifici principali. L era pure un uscio dentro un portale tutto scolpito a figure e dominato da due lunghe garguglie. Attraverso fitte reti di fil di ferro che le rivestivano si vedevan le finestre della cappella illuminate di dentro dalla luce di molte candele, la quale faceva spiccare pi cupo sul cielo il disegno del loggiato e del tetto cuspidato. Era quella certamente la dimora di qualche nobile famiglia della citt, e poich con le sue forme richiamava alla mente di Denis una casa cittadina di sua propriet a Bourges, ei stette l, per qualche tratto, a contemplare la costruzione, paragonando fra loro, mentalmente, la perizia de' due architetti e la nobilt delle due famiglie.
Pareva non ci fossero altre vie per arrivare alla terrazza oltre a quel vicolo che ve l'aveva condotto. Denis pens, quindi, di ritornare sui suoi passi, e, avendo ormai acquistata qualche cognizione dei luoghi, riuscire cos su qualche strada frequentata e di l lestamente raggiungere la taverna. Ma faceva il conto senza quella fila d'incidenti che gli stavano per capitare e che avrebbero reso quella notte la pi memorabile di tutta la sua vita. Non aveva, infatti, dato un cento passi che vide una luce che s'avvicinava a lui e, nello stesso tempo, ud un frastuono di voci come di gente che ciarlasse insieme confusamente su nella risonante strettura del vicolo. Era un drappello d'armigeri che andava attorno con fiaccole per la ronda notturna. Denis s'accorse subito che quegli uomini eran stati in confidenza coi boccali e che, ad ogni modo, non dovevan essere d'umore tale da star troppo a largheggiarla sul suo salvacondotto o simili delicatezze ancor in uso durante la guerra cavalleresca. Anzi era assai probabile che, se lo avessero trovato l, l'avrebbero accoppato come un gatto, e piantatolo dove si trovava. La situazione era abbastanza interessante, quantunque gli andasse suscitando una certa nervosa trepidazione. Allora, riflettendo che il chiarore stesso delle torce avrebbe potuto confondere la vista della sua persona e il chiasso delle voci il suono de' suoi passi, stim che, per poco fosse stato svelto e circospetto nel fuggire, avrebbe potuto sottrarsi interamente alla vista della ronda.
Ma sfortuna volle che, mentre si volgeva per spiccare la corsa, un piede gli smucci su di un ghiajottolo, ed egli stramazz al suolo mandando un grido, mentre la spada battendo sulle pietre dava un suono cupo. S'udirono due o tre voci gittare il chi va l, in francese, in inglese... Denis stette quatto, poi, rimessosi in piedi, riprese svelto a fuggire gi pel vicolo. Giunto sulla terrazza si volt per vedere. Gli uomini di ronda continuavano a vociargli dietro, e, proprio in quel momento, allungavano il passo per arrivarlo, e si udiva il gran baccano dell'armature scosse, e si vedevano balenamenti di fiaccole qua e l fra le strette muraglie del sottopassaggio.
Denis gir lo sguardo intorno, e, senz'altro, si risolse d'avventarsi dentro la strombatura della porta. Col acquattato, pensava di poter sfuggire alla loro vista o, quanto meno, trovarsi in una posizione eccellente sia per parlamentare sia per difendersi. E, snudata la spada, si pose con la schiena a ridosso del battente della porta.
Ma ecco che, con sua meraviglia, la porta cedeva sotto al suo peso! Si volse di colpo, ma quella, come girando su perni oliati e silenziosi, continu a indietreggiare, finch rimase l spalancata sopra al buio d'una stanza.
Quando nella vita ci accade qualche buona ventura, non  il caso di star a sottilizzare sul perch e sul come ci sia capitata, poich l'utile immediato che ne ricaviamo sembra sufficiente motivo per farci accettare per buoni anche i pi stravaganti rivolgimenti e le pi matte incongruenze di queste nostre sublunari faccende. Per il che, senza esitare un istante, Denis si cacci l dentro, poi riaccost dietro di s la porta per celare ai sopraggiungenti la vista del suo rifugio. Certo, egli non aveva intenzione di chiuderla interamente, quella porta, ma, per qualche motivo inesplicabile, forse a cagione d'un ordegno nascosto o del peso stesso del battente abbandonato a s medesimo, fatto  che la poderosa massa di quercia gli sfugg di fuor dalle dita e si venne richiudendo da s con uno strepito fragoroso, come il cadere automatico d'una lastra di ferro.
Proprio in quell'istante la ronda irrompeva sulla terrazza e si dava a chiamarlo con alte grida e bestemmie. Li udiva sferracchiare per gli angoli bui, e ci fu pure un momento che il calcio d'una alabarda venne a grattare sulla superficie esterna della porta dietro la quale egli stava. Ma quei bravi uomini eran certamente troppo sovreccitati per dilungarsi nella faccenda, s che, di l a poco, egli li ud che si precipitavano gi per un passaggio fatto a chiocciola che era sfuggito prima alla sua vista, e di l s'allontanavano via lungo il muro merlato del castello.
Denis trasse un respiro. Stette ancora l quatto per qualche minuto per timore ch'essi ritornassero, poi si di a cercare un mezzo per riaprire la porta e fuggirsene fuori. La superficie interna della porta era tutta liscia: non una presa, non un oggetto, non una sporgenza qualsiasi. Si prov a ficcare le unghie nella commessura superiore e trarla a s, ma la greve massa non si rimoveva. Tent di scuoterla: era fissa come rupe. Denis de Beaulieu aggrott le ciglia e di fuori un fischiarello sommesso. - Ma che diavol ha questa porta? - pensava. E perch prima stava aperta? E come va che s' chiusa con tanta docilit e tanta fermezza dietro di me?
V'era in quella faccenda qualcosa di misterioso e di losco da dar l'aire alla fantasia d'un giovane. Tutto l aveva l'aria d'un tranello bell'e buono. Eppure, come supporre un tranello su quella strada cos cheta, in una casa che aveva un'apparenza cos florida, cos signorile? Comunque, si trattasse o no d'un tranello, fosse o no la cosa premeditata, egli si trovava l dentro trappolato a dovere. E, pur tuttavia, per scampare la vita altra via non c'era che uscire di l.
Tese l'orecchio. Al di fuori s'era fatto un gran silenzio; ma di dentro, proprio vicino a lui gli sembr a poco a poco di udire come un lento respirare, un sommesso brusio di singhiozzi e de' piccoli scricchiolii come di molte persone che stessero l al suo fianco e tutte quatte e immobili, sforzandosi di rattenere i fiati per non farsi accorgere della loro presenza. Queste immaginazioni risvegliarono di colpo tutti i suoi istinti vitali e subito ei si mise in atto di difesa come per proteggere la vita. Fu allora che i suoi occhi scorsero, a qualche distanza, verso l'interno della casa, un barlume di luce ch'era situato al di sopra del livello de' suoi occhi... un filo di luce verticale che si veniva allargando verso il basso, come sfuggisse dallo spiraglio lasciato da una cortina calata su l'ingresso d'un vestibolo.
Il vedere qualcosa fu gi un sollievo per Denis: fu come a uno che lavora in una palude toccare il duro d'un terreno sodo. Egli s'aggrapp avidamente a quel rigo di luce, e stette l per un po' a fissarlo cercando di raccapezzare qualche indizio sul luogo dove si trovava.
Era evidente che una serie di gradini si spiccava dal punto dov'egli era e ascendeva verso un andito illuminato, e, infatti, l pot notare pure un altro rigo di luce, sottile come un ago, fievole come fosforo, e che poteva bene essere quella prima luce riflessa nel pulito legno della maniglia d'una scala. Da quell'istante in cui Denis s'avvide di non esser pi solo, il cuore gli ripigli a battere con soffocante violenza, e un folle desiderio lo invase di agire, agire, comunque si fosse. S'immagin minacciato da mortale pericolo. E allora quale cosa pi semplice e naturale che montare quei gradini, alzare la tenda e fronteggiare di colpo la terribile situazione? Almeno sarebbe venuto alle prese con alcunch di tangibile, almeno sarebbe uscito da quell'oscurit penosa!
Con le braccia protese cammin lentamente in avanti finch venne a urtare col piede nel primo gradino della scala. Allora, di volo, la sal: stette un istante sulla cima per dar tempo ai tratti del suo viso di ricomporsi, poi alz la cortina ed entr.
Si trov in un ampio salone tutto pavimento e pareti di lucide lastre. L erano tre porte, una su ciascuno dei tre lati, tutte egualmente incortinate da arazzi, ma il quarto era occupato da due larghi finestroni e da un camino grande in pietra scolpito con lo stemma dei Maltroit. Denis riconobbe subito l'impresa, e ringrazi la Provvidenza d'esser caduto in s buone mani. La stanza era ampiamente illuminata, ma povera di mobilio: appena un tavolone e due o tre sedie. Il focolare era senza foco, e sul pavimento era sparsa una fiorita di giunchiglie ma che pareva di molti giorni prima.
A lato del camino, seduto entro un alto seggiolone stava proprio di faccia a Denis, quando entr, un vecchierello che indossava una palatina di pelo. Teneva le gambe incrociate, le mani sobbracciate sul grembo e una tazza di vin drogato stava posata su una mensola al suo fianco. Il suo aspetto aveva una espressione fortemente maschia: ma non propriamente umana. C'era qualcosa in lui che arieggiava l'espressione di un toro, di un gatto o di un maiale: qualcosa insomma di equivoco e di stranamente mansueto ad un tempo: qualcosa di avido, di bruto e di minaccioso. Il labbro superiore, irto di densi peli arruffati, appariva enfiato come da un colpo di pugno o da una flussione di denti: il sorriso della sua faccia, le sopracciglia a sest'acuto, i piccoli occhi pieni di gagliardo foco davano a quella fisionomia un'apparenza bizzarramente e quasi comicamente malvagia. Una zazzera di splendido candore gli scendeva diritta intorno al capo e si veniva raccogliendo in un unico ricciolone adagiato sul bavero della palatina. Barba e mustacchi erano modelli di ogni venerabile maest e dolcezza, e, forse a cagione di qualche trattamento preventivo, la vecchiaia pareva non avesse lasciato traccia alcuna sulle sue mani. Sarebbe stato difficile immaginare un disegno pi robusto e pi delicato. Le dita affusolate e sensuali richiamavano quelle delle donne di Leonardo: tra l'indice e il pollice, quando stavan chiusi, si scorgeva, alla base, una protuberanza tutt'a pozzette: le unghie eran tagliate a perfezione e la carne di una sorprendente cadaverica bianchezza. Ma ci che rendeva quell'aspetto ancor pi temibile era appunto vedere quel vecchio che se ne stava con quelle mani cos belle sobbracciate sul grembo come una vergine martire, quel vecchio che recava nella faccia un'espressione cos intensa e sgomentante, sedere l con tanta pace nel suo seggiolone e volgere attorno uno sguardo immacolato, come un dio, come il simulacro d'un dio. Ma la sua pace pareva piena d'ironia e di perfidia tanto poco s'addiceva al suo aspetto.
Era Alain, Sire di Maltroit.
Per un attimo i due si guardarono in faccia, muti.
"Prego, venite avanti;" disse alla fine il Sire di Maltroit " tutta sera che vi sto aspettando".
Non s'era levato da sedere, ma le parole aveva accompagnate con un sorrisetto e con un lieve cortese chinar di capo. E un po' pel sorriso, un po' per uno strano murmure melodioso con cui il vecchio preludi a quella sua dichiarazione, Denis sent un diaccio brivido di disgusto serpeggiargli su pel midollo. E a stento riusc a metter insieme qualche parola per una risposta.
"Temo, signore" fin per dire "che siamo caduti ambedue in un equivoco. Io, certo, non sono la persona che voi credete. Se non erro, voi aspettate delle visite; da parte mia vi dir che nulla era pi lontano dal mio pensiero, nulla pi contrario al mio desiderio che l'entrare qui da voi..."
"Bene, bene" s'affrett a dire il vecchio con un certo compiacimento "voi, ora, siete qui, e questo  l'essenziale. Accomodatevi dunque, amico mio, e mettetevi pure a vostro agio. Tra poco sbrigheremo tra noi i nostri piccoli affari".
Qui Denis s'accorse che la faccenda s'andava imbrogliando e s'affrett a ripigliare i suoi schiarimenti.
"La vostra porta..." cominci.
"Ah, la mia porta?" interruppe l'altro alzando le sopracciglia aguzze "ma quello non  stato che un ingenuo giochetto!" e alz le spalle "una fantasia da ospite!... S'era per voi, giovinotto, non avreste certo desiderato di far la mia conoscenza. Ebbene, che volete, noialtri vecchi, di quando in quando, andiamo volentieri in cerca di tali riluttanze, e, quando ci impegna il nostro onore, ci diamo attorno a trovar qualche modo per soggiogarle e per vincerle. Voi non foste invitato qui, certo; ma credetemi, signor mio, non per questo siete meno il benvenuto".
"M'avveggo" replic Denis "che continuate a persistere nel vostro errore. Tra voi e me, signor mio, non pu esservi rapporti di sorta. Io sono straniero in questo paese. Mi chiamo Denis de Beaulieu. Se voi mi vedete qui, in questa vostra casa si  soltanto..."
"Mio giovine amico" l'altro ribatt "permettetemi ch'io abbia una mia opinione su questo argomento.  assai probabile che, pel momento, questa mia opinione sia differente dalla vostra;" e qui lo fiss con uno sguardo un po' traverso "ma il tempo dimostrer quale di noi due abbia ragione".
Denis, a questo punto, si convinse d'aver proprio a che fare con un mentecatto. Per il che sedette abbrividendo, e, per il momento, si content di star ad aspettare lo scioglimento della strana avventura. Poi segu una pausa durante la quale gli parve come udire, da dietro l'arazzo calato sulla porta che gli stava dirimpetto, un rapido sussurrio come di persona che pregasse. E un momento pareva una persona sola, un altro parevan due, e la veemenza con cui venivan proferite le parole, ancorch sommesse, pareva dinotare una gran fretta o una grande ambascia d'animo. Denis pens che quella ricca portiera doveva ricoprire l'ingresso della cappella di cui aveva ammirato l'abside quand'era fuori.
Nel frattempo il vecchio signore con un sorrisetto andava squadrandolo da capo a piedi e lasciandosi sfuggire ogni tanto un piccolo gorgheggio che aveva dell'uccellesco e del topesco ad un tempo, e che sembrava denotare in lui un certo grado di soddisfazione. Questo indugio e questo stato di cose divennero in breve cos insopportabili che Denis, per porvi fine, osserv cortesemente che il vento aveva cessato di soffiare.
Allora il vecchio proruppe in un riso silenzioso, ma cos prolungato, cos violento che la sua faccia si f quasi vermiglia.
Denis, detto fatto, balz in piedi, e, rigirandolo alla brava per l'aria, si rimise il cappello in testa.
"Signore" disse poi "se siete sano di mente vi dico che m'avete villanamente oltraggiato; se non lo siete, v'assicuro che spero trovare migliore occupazione al mio cervello che non starmene qui a cianciare con un pazzo. Io ho la coscienza pulita, signore. Vi siete fatto gioco di me fin dal primo momento che son arrivato qua dentro: poi avete rifiutato di ascoltare i miei schiarimenti. Ora, badate, non c' forza al mondo che mi possa trattenere qui pi a lungo, e, s'io non potr trovarmi una via d'uscita onorevole, vi giuro che sapr far a pezzi la vostra porta con questa spada."
Il Sire di Maltroit lev la mano destra e la tese verso Denis, col pollice e il mignolo aperti.
"Caro nipote," disse poi "via, sedete".
"Nipote?" ribatt Denis "Voi mentite per la gola!" e gli f schioccare le dita sott'al naso.
"Sedete, furfante!" grid allora il vecchio con rabbiosa voce, che pareva latrato di cane. "Ma che vi credete?" continu "che quando io ebbi inventato il mio piccolo ordegno della porta m'avessi a fermar l? Se preferite esser legato mani e piedi sino a sentirvi scricchiolar le ossa, alzatevi pure e tentate fuggire. Ma se gradite meglio rimanere e ragionarla un po' con me, da buon amico, sedete l quieto quieto, e Dio vi abbia in gloria."
"Che intendete dire?" proruppe Denis "Ch'io sono prigioniero?".
"Cnstato il fatto;" replic l'altro "e preferisco lasciare a voi la risposta".
Denis rised. All'esterno si sforzava di tenersi calmo, ma dentro bolliva di rabbia, gelava di spavento. E non and molto ch'egli fin anche per convincersi di aver a che fare proprio con un pazzo. Perch, se il vecchio era sano di mente, che voleva da lui? In quale tragica ed assurda avventura s'era mai cacciato! E come doveva diportarsi adesso?
Mentre stava su queste riflessioni, l'arazzo che ricopriva la porta d'ingresso della cappella si sollev e un prete lungo lungo ne venne fuori vestito de' suoi abiti sacri, il quale, gittato un lento acuto sguardo su Denis, si chin poi a parlare, bassa voce, al Sire di Maltroit.
"Si trova essa in buona disposizione di spirito?" domand quest'ultimo.
"Ella  ora pi rassegnata, messere" rispose il prete.
"Che Dio la benedica, la  ben difficile da contentare!" ghign il vecchio. "Un giovincello simile... di non cattiva nascita... e pure di sua scelta! ... Bene, che pretende di pi, la sgualdrina?"
"Per una ragazza," disse l'altro "la cosa non  delle pi semplici e correnti.  tale almeno da mettere a dura prova il suo pudore".
"A questo perch non ci ha pensato prima d'imbarcarsi? Mica l'ho voluto io l'intrigo, Dio sa... Ma dacch  in ballo, per la madonna, balli." Poi volgendosi a Denis: "Signor de Beaulieu," gli domand "permettete che vi presenti mia nipote? Essa attendeva la vostra venuta con la medesima impazienza, direi, con cui l'attendevo io stesso".
Anche a questo Denis si rassegn di buona grazia, poich, infine, egli non desiderava che una cosa sola, arrivare alla conclusione dell'avventura il pi presto possibile. Perci si lev su e fece un inchino di assentimento. Il Sire di Maltroit s'inchin pure lui, poi, appoggiandosi al braccio del prete, si incammin zoppicando verso la porta della cappella. Col giunti, il prete sollev un lembo dell'arazzo, e tutt'e tre entrarono.
L'interno di quell'oratorio aveva una certa ricercatezza architettonica. Una leggera cordonata si spiccava dalla cima di sei grosse colonne e veniva a raccogliersi nel mezzo della vlta donde pendevano due ornamenti. Dietro l'altare la cappella si chiudeva in uno spazio emicicloidale, le cui pareti erano tutt'a bozze e scavi, sovraccarica di ornati in rilievo, e forata da molte finestrelle a forma di stella, di trifoglio, di ruota. Queste finestre erano male invetriate, e l'aria della notte entrava e s'aggirava liberamente per la cappella strapazzando senza misericordia le fiamme d'una cinquantina di candele posate sull'altare: onde la luce passava, per fasi graduali, dallo splendore pi brillante a una penombra d'eclissi. Sui gradini, davanti all'altare, stava inginocchiata una giovane donna riccamente abbigliata, in abito di nozze.
Al vedere quell'abbigliamento Denis si sent un brivido di freddo: e lott, lott con disperazione contro certo presentimento che gli era caduto nell'animo. No, non poteva... non doveva accadere quello ch'egli temeva.
"Bianca!" esclam il Sire con la sua voce a tono di flauto "ti ho portato qua un giovinotto che desidera conoscerti, piccolina mia. Su, da brava, volgiti e porgigli la tua vezzosa manina. Buona cosa  l'esser devoti, ma  necessario esser cortesi con gli ospiti, nipote mia".
La fanciulla, allora, si lev in piedi e si volse incamminandosi verso i sopraggiunti.
Si moveva a stento, tutta stecchita, e i lineamenti del suo fresco giovanile corpo esprimevano un pudico riserbo misto a un estremo abbattimento. Venne innanzi lentamente, a testa bassa, gli occhi fitti al suolo: finch, a un certo punto, il suo sguardo cadde sui piedi di Denis de Beaulieu (il quale, detta fra noi, era solito calzare, anche viaggiando, assai ricco ed elegante) e allora sost di colpo, ebbe un trasalimento, come se la gialla calzatura l'avesse d'improvviso richiamata alla realt delle cose, e lev lo sguardo su alla figura di colui che la recava. I suoi occhi incontrarono quelli di Denis, e il suo aspetto timoroso fu invaso dal terrore. Le sue labbra impallidirono gitt un alto strido, e, copertosi il volto con le mani, s'afflosci di colpo sul pavimento della cappella.
"Non  lui!" gridava. "Zio, non  lui!"
Il Sire di Maltroit mand il suo piacevole gorgheggio, poi:
"Naturalmente," esclam "io questo me lo immaginavo.  una sventura davvero, ve', che non puoi ricordarti il suo nome".
"No, no!" gridava lei. "Questo signore io non l'ho veduto mai prima d'ora... Non mi  mai accaduto di porgli gli occhi addosso... Signore," esclam poi volgendosi a Denis "se voi siete gentiluomo, aiutatemi a trarmi d'impaccio... Dite, ho io mai veduto voi? E voi mi avete veduta mai, prima di questa maledetta notte?"
"Per me," rispose il giovine "dichiaro di non aver avuto mai questo piacere...  proprio la prima volta, signore, che io ho l'onore di incontrarmi con questa vostra graziosa nipote".
Il vecchio fece spallucce, poi disse:
"Son dolente d'udire questo... Ma, a dirvi il vero, non  mai troppo tardi per incominciare. Io, per esempio, con la mia defunta moglie, quando la sposai, ci avevo poca dimestichezza sulle prime. Ci non toglie" soggiunse con un ghignetto "che matrimoni simili, improvvisati, possano sortire bene, in andar di tempo. E siccome  il fidanzato che ha da aver voce in capitolo in queste cose, cos io vi conceder due ore per rifarvi del tempo perduto, quindi daremo inizio alla cerimonia". E, detto questo, s'avvi verso la porta, seguito dal prete.
In un balzo la fanciulla fu in piedi.
"Zio, zio tu non puoi dir questo sul serio!" esclam. "Dichiaro davanti a Dio che preferirei darmi una pugnalata piuttosto che forzare la volont di questo giovine. Il cuore vi si ribella... Dio vieta un tale matrimonio! Voi disonorate la vostra canizie, zio! Oh, abbiate piet di me... Non v' donna al mondo che non anteponesse la morte a una simile unione! Ma  mai possibile" prosegu tremando "ma  mai possibile che non mi crediate? che voi pensiate che questi..." e addit Denis con un tremito di collera e di vergogna "che voi pensiate ancora che questi possa essere lui?"
Di sulla soglia dove s'era indugiato il vecchio rispose:
"Francamente, lo penso. Ma concedi, Bianca di Maltroit, che ti dichiari il mio pensiero in questa faccenda. Dacch ti sei ficcata in capo di gittare il disonore sulla mia famiglia e sul buon nome che, da pi di tre ventine d'anni, io porto in pace e in guerra, ti sei preclusa anche ogni diritto non pure di intervenire nei miei disegni, ma pur anche di fissarmi in volto. Fosse vivo ancora tuo padre, t'avrebbe dato una buona dose di scapaccioni e cacciata di casa. Aveva mano di ferro, quell'uomo. Ringrazia il cielo se ora hai a che fare soltanto con una mano di velluto, mademoiselle.  mio dovere farti sposare, e subito. Per mia pura benevolenza ho tentato di scovarti fuor il tuo galante. Mi lusingo esservi riuscito. Ma se non lo fosse, Bianca di Maltroit, ti giuro davanti a Dio e a tutti gli angeli sacrosanti, che non me ne importa un fico. Ti consiglio, adunque, di essere cortese e gentile col nostro giovine amico, ch, parola, il tuo valletto  certo meno piccante e appetitoso di lui".
Detto questo, egli usc col cappellano alle calcagna. E l'arazzo cal dietro di loro.
La fanciulla si volse a Denis. Aveva gli occhi vampanti.
"Ditemi, signore, ditemi," ella esclam "che significa tutto questo?"
"Che volete che sappia? Io sono qui prigioniero in questa casa, che la mi par proprio una casa da matti. Di pi non so: n mi riesce di capirci nulla".
"E come siete arrivato qua dentro?"
Denis glielo narr succintamente, poi aggiunse:
"Abbiate la bont di far altrettanto anche voi, di spiegarmi un po' in che rebus ci troviamo, di dirmi quale diavol verr ad essere, a un di presso, la fine di questa imbrogliata faccenda".
Bianca stette silenziosa, ed egli vide che le sue labbra tremavano, che i suoi occhi senza pianto brillavano d'uno splendore febbricoso. Poi ella si tolse il capo fra le mani.
"Oim, come mi duole la mia testa!" cominci con un accento accorato "...per non dire del mio povero cuore!... Ma  bene sappiate la mia storia, signore; per quanto essa poco s'addica a una ragazza. Io mi chiamo Bianca de Maltroit. Ero assai giovine quando padre e madre mi morirono, tanto ch'io non ricordo pi nulla di loro e davvero fui assai infelice tutta la mia vita... Tre mesi or sono, un giovine capitano cominci a venirmi presso, ogni giorno, in chiesa. M'avvidi che gli piacevo. Son molto da biasimare, ma, che volete, ero cos felice di sapere che qualcuno mi amava! E quando egli mi pass un biglietto, io me lo portai a casa e lo lessi avidamente con gran gusto. Da allora me ne scrisse molti biglietti. Era cos desideroso di parlarmi, povero ragazzo! E cominci a dire se, qualche sera, gli avrei lasciato aperta la porta, che avremmo fatto due chiacchiere l su per le scale. Poich'egli sapeva quanto mio zio si fidasse di me". E qui scoppi in un mezzo singhiozzo e paus un poco avanti di ripigliare a parlare. "Mio zio" riprese poi " uomo assai difficile, ma fine e sagace. Ha compiuto di molte gesta in guerra, aveva un grado eminente a corte, ed era molto in confidenza con la regina Isabeau, nei tempi andati. Bene, com'egli venisse in sospetto della cosa non saprei: certo ch'era assai difficile fare alcunch all'insaputa di quell'uomo. Fatto  che, stamane, mentre tornavamo dalla messa, egli d'un tratto m'afferra la mano, l'apre a forza, e si mette a leggere il mio bigliettino, pur sempre continuando a camminare. Finito di leggere, me lo restituisce cortesemente. Pur troppo, in esso, il mio innamorato mi rinnovava quella tal sollecitazione di lasciargli aperta la porta. Fu questo che ci perd. Lo zio mi rinchiuse nella mia camera e mi vi tenne sotto chiave sino a sera; poi m'ordin mi vestissi nel modo che qua mi vedete. Oh, uno scherno ben atroce per una povera ragazza, non vi pare? Poi, immagino che, non essendo egli riuscito a strapparmi di bocca il nome del giovine capitano, gli abbia teso un agguato, quello appunto nel quale siete caduto voi stasera, in vece sua, per disgrazia del cielo. Oh, io sono assai confusa, poich penso ch'egli certamente avr abbandonato l'idea di tormi in moglie adesso che le cose sono arrivate a questo punto. In verit io non pensavo di dover meritarmi un castigo cos vergognoso. Non pensavo che Dio avrebbe permesso che una fanciulla si trovasse davanti a un giovine in una maniera cos disonorata!... Ed ora che v'ho raccontato ogni cosa, davvero che ho poca speranza che voi non m'abbiate a disprezzare".
Denis le fece un rispettoso inchino.
"Signora," disse "voi m'avete onorato della vostra confidenza; a me ora dimostrarvi che non ne sono indegno. Dov' il Sire di Maltroit?"
"Suppongo che stia scrivendo nella sala di l" rispose la fanciulla.
"Vi posso accompagnare da lui?" domand Denis porgendole il braccio con atto galante.
Avendo ella accettato, la coppia s'incammin tosto ed usc dalla cappella. Bianca era tutta abbattimento e vergogna, Denis invece assai impettito e compreso della missione che si recava a compiere: e, per di pi, con una certa baldanzosa consapevolezza di averla a risolvere con onore.
Come li vide apparire, il Sire di Maltroit si lev e mosse ad incontrarli facendo loro un'alquanto ironica riverenza.
Denis, allora, dandosi l'aria la pi grandiosa del mondo, cominci a parlare:
"Signore, credo d'aver pur io qualche parola da dire in argomento a questo matrimonio. E lasciate che vi assicuri subito ch'io, per me, non sono affatto persona da forzare l'inclinazione di questa signorina. Mi fosse stata spontaneamente offerta la sua mano, sarei orgoglioso d'accettarla, dacch so che ella  onesta quanto bella fanciulla; ma, allo stato in cui sono le cose, messere, io ho l'onore di rifiutarla".
Bianca lo fiss con uno sguardo pieno di riconoscenza, ma il vecchio sorrise soltanto, e continu a sorridere, sorridere, fin che a Denis quel sorriso cominci davvero a suscitare un certo disgusto.
"Ho timore," disse alfine "ho timore, signor de Beaulieu, che non abbiate ben compreso il partito ch'io ebbi il piacere di proporvi. Venite qua, di grazia, a questa finestra" e lo condusse a una delle finestre che stavano aperte nella notte. "Guardate," riprese a dire "guardate su alla parte superiore di questo edificio. Lo vedete quel grosso anello di ferro lass, dove sta infilata una fune molto robusta? Ebbene, ora fate attenzione a quel che vi dico. Se voi trovate che la vostra antipatia per la persona della mia nipote  affatto irriducibile, fate conto, avanti l'alba, di vedervi bell'e impiccato a quella fune, fuori di questa finestra... Credetemi,  con mio gran rincrescimento ch'io sar costretto a risolvermi a quel partito estremo, poich non  certo la vostra morte ch'io desidero, ma solo di procurare a mia nipote una buona posizione nella vita. E tuttavia, a ci si deve pur venire, se voi v'ostinate. La vostra famiglia, signor de Beaulieu,  nobile e onorata, ma, discendeste anche da Carlomagno, voi non potete rifiutare la mano d'una Maltroit, impunemente: nemmeno ella fosse volgare come una strada di Parigi o mostruosa come una delle garguglie che stanno sopra la mia porta. Non mia nipote, non voi, non i miei personali sentimenti mi muovono a quest'atto: ma l'onore della mia famiglia ch' stato compromesso. Io suppongo che voi siate il colpevole, ma se anche non lo foste, siccome siete ora a parte del segreto, non vi dovete punto meravigliare se chiedo a voi di lavare la macchia di quest'onta. Non lo fate, il vostro sangue ricadr su di voi. E vi dico che sar un gran piacere per me vedere il vostro interessante cadavere spenzolare e sgambettare al vento sotto le mie finestre. Meglio una mezza pagnotta oggi che digiuno domani. Non posso rimediare alla vergogna? voglio almeno soffocare lo scandalo".
Qui una pausa.
"Io credo tuttavia" disse Denis "che un altro modo vi sia di accomodare la cosa fra due gentiluomini. Voi avete una spada e so che la maneggiaste con bravura".
Il Sire di Maltroit fece un cenno al cappellano il quale, attraversato a passi lunghi e silenziosi la sala, s'accost alla terza delle tre porte, e sollev l'arazzo. Di l a poco lo lasciava ricadere: ma non troppo presto che Denis non avesse avuto tempo di scorgere, dietro quello, un andito tenebroso dove stavano adunati molti uomini in arme.
"S'io era soltanto un po' pi giovine" riprese a dire Sir Alain "sarebbe stato un piacere per me onorarvi in quanto mi richiedete. Ma io sono adesso troppo vecchio. Che volete, il circondarsi di servi fedeli  una delle poche risorse di cui si compiace l'uomo vecchio; e io ho pur da impiegare le forze che ho. Vedete,  cosa dura pensare come un uomo matura negli anni e invecchia; ma, via, anche a questo, con un po' di pazienza, si finisce per farci il callo. Voi e la vostra signorina, sembra - non  vero? - che desideriate restar soli in questa sala per godere il tempo che ancor vi rimane prima che sccchino le vostre due ore. Ebbene, io non desidero certo contrariare questo vostro desiderio, e vi cedo la sala con tutto il piacere del mondo. E, niente furia!" soggiunse poi levando in alto la mano come vide che un'espressione minacciosa s'appalesava sulla faccia di Denis de Beaulieu. "Se la vostra mente si ribella all'idea dell'impiccagione, due ore, sapete,  tempo sufficiente per gettarvi gi dalla finestra o sulle picche levate de' miei famigliari. Due ore di vita son pur sempre due ore di vita e grandi cose si possono operare in tale tenue spazio di tempo. Mi sembra, poi, se bene arguisco, che mia nipote abbia ancora qualcosa da dirvi. Non vorrete certo guastare le vostre due ultime ore di vita con un atto incivile verso una graziosa signorina, non  vero?"
Denis si volse a guardare Bianca, e questa gli fece un gesto implorante.
 assai probabile che il vecchio si compiacesse di questi indizi d'un accordo che poteva nascere tra i due giovani, perch di nuovo sorrise all'uno e all'altra, poi, voltosi a Denis, con un tono pi mansueto, soggiunse:
"Se voi mi date la vostra parola d'onore, signor de Beaulieu, che aspetterete il mio ritorno fino al termine delle due ore senza tentare atti disperati, vi prometto d'allontanare i miei servi e di lasciarvi qui a discorrere con tutta pace e segretezza con mademoiselle".
Denis fiss ancora la fanciulla, che parve implorarlo di accettare.
"Vi d la mia parola" diss'egli.
Messer di Maltroit s'inchin e si di quindi a girare zoppicando intorno per la sala schiarendosi di tanto in tanto la voce con quel tal grottesco e flautino gorgheggio che gi tanto era piaciuto alle orecchie del signor de Beaulieu. Pigli su da prima alcune carte che stavan posate sulla tavola, poi si diresse verso l'uscita dell'andito dove fu udito impartire qualche ordine agli uomini che stavan dietro l'arazzo; infine, arrancando, se ne usc per la porta dalla quale Denis era entrato, non senza prima essersi indugiato sulla soglia a fare un altro sorrisetto ed inchino alla coppia. Dopo di che disparve, seguito dal prete con una lampada in mano.
Appena soli, Bianca s'accost a Denis e gli tese ambe le mani. Era tutta imporporata in volto, commossa: nei suoi occhi brillavano lacrime.
"Voi non dovete morire," esclam "dovete sposarmi piuttosto, e nonostante tutto".
"Mi sembra, signora, che voi pensiate che la morte mi faccia di molto paura" rispose Denis.
"Oh, no!" diss'ella "lo vedo bene che non siete un codardo. Dico cos per me... Io non potrei reggere al pensiero di esser stata la cagione della vostra morte, e ci soltanto per un mero scrupolo di coscienza".
"Signora mia," rispose Denis "temo che voi facciate troppo poco caso delle difficolt. Ebbene, quello che voi siete tanto generosa da voler eludere, io posso essere invece tanto orgoglioso da accettare. In un momento di nobile slancio verso di me, forse dimenticaste ci che dovete ad altri".
E, questo dicendo, egli ebbe il pudore di tener gli occhi chinati e anche un po' dopo ch'ebbe finito, tanto da non iscorgere la confusione che s'era dipinta sul volto di Bianca. La quale sti l silenziosa per un istante, poi subito si volse via e abbandonatasi dentro il seggiolone dello zio scoppi in singhiozzi.
Denis fu imbarazzatissimo. Si guard attorno come cercasse un'ispirazione e, scorto uno sgabello, vi si lasci cader su, tanto per fare qualcosa. L egli stava, rigirandosi fra mano la custodia dello stocco, augurandosi di esser piuttosto le mille volte morto e sepolto sotto il pi lurido immondezzaio di Francia. Il suo sguardo errava attorno per la vasta sala, n trovava su che posarsi. Ed eranvi tali ampi spazi tra mobile e mobile, e la luce si spandeva per tutto cos nuda e cos aduggiata, e il buio della notte penetrava dalle finestre cos freddo freddo, ch'egli pens non aver mai veduto chiesa tanto vasta, n una tomba cos triste. I singhiozzi regolari di Bianca parevano scandire il corso del tempo come il tic tac d'una pendola. Denis contempl a pi riprese l'emblema dipinto sullo scudo, finch gli s'intorbidiron gli occhi: cacci lo sguardo dentro gli angoli pi bui finch gli parve vederli brulicanti d'orribili mostri e, a ogni tratto, si destava, trasaliva, e gli veniva in mente che quelle erano le due ultime ore della sua vita, e che stavano per fuggire, e che la morte era in cammino.
Intanto, sempre pi sempre pi, durante quel tempo, il suo sguardo s'andava indugiando sulla figura della fanciulla. Ella stava con la faccia gi chinata nelle mani, e, a ogni tratto, era scossa da un convulso di singhiozzi pi dolorosi. Anche cos era pur cosa graziosa a riguardarsi, pienotta eppure tutta delicata, con una pelle di una tinta calda e morata, e la pi bella capigliatura di donna che mai accadesse a Denis di rimirare pel mondo. Le sue mani assomigliavano a quelle dello zio: ma certo stavano meglio l, all'estremit di quelle giovanili braccia, e avevano un che d'infinitamente tenero e carezzevole. E Denis ricord pure come i suoi occhi turchini avevano folgorato sopra di lui pieni di collera, di piet, d'innocenza. E pi egli andava innanzi a considerare quella perfezione e pi nera gli appariva la morte, pi profondamente era colpito dalla piet e dal dolore al vederla lacrimare a quel modo, continuatamente. Allora egli si disse che a nessun uomo basterebbe l'animo di abbandonare un mondo che conteneva s bella creatura; e che volentieri egli avrebbe dato quaranta minuti di quella sua ultim'ora pur di non aver proferite le crude e decisive parole di dianzi.
D'improvviso, uno stridulo canto di gallo si lev dalla buia vallata sottostante. Nel silenzio che pesava su ogni cosa, l'assordante grido fu come un guizzo di luce che lacerasse l'oscurit d'una stanza, e li riscosse di colpo dagli amari pensieri.
Ella lev il capo e lo fiss.
"Ebbene," disse "non posso proprio far nulla per voi?"
"Signora," Denis rispose, eludendo con sottile grazia la domanda "s'io ho detto alcunch che possa avervi ferita, credetemi, l'ho fatto per amor vostro, non per mio giovamento".
Un'occhiata lacrimosa di lei fu il ringraziamento per quella risposta.
"Il vostro stato mi addolora profondamente" continu Denis. "Il mondo fu crudele con voi. Vostro zio  una vera disgrazia per l'umanit. Credetemi, signora, non c' in Francia giovane gentiluomo cui non parrebbe gioia trovarsi ora nella buona occasione in cui mi trovo io di morire per rendere a voi anche il pi futile servigio".
"So che siete valente e generoso" essa rispose. "Ci che mi occorre sapere adesso  se io posso esservi utile, in qualche modo, ora o dopo..." ella aggiunse con un brivido.
"Oh, certo che lo potete" rispose egli sorridendo. "Ma lasciatemi sedere un momento, qui, accanto a voi, come fossi un buon amico vostro, e non uno strano importuno. Cercate dimenticare la balzana posizione in cui ci troviamo l'uno di fronte all'altro. Fate che questi ultimi miei istanti scorrano un po' piacevolmente, e voi m'avrete reso il miglior servigio del mondo".
"Siete molto gentile," ella rispose con un accento ancora assai desolato "molto gentile... e questo, vedete, mi contrista ancor pi. Ma avvicinatevi pure se vi piace; e se avete qualcosa da dirmi, state pur certo che troverete in me una affettuosa ascoltatrice. Ah, signor de Beaulieu, come ardir io mai fissarvi in volto?..." e qui scoppi di nuovo a piangere con rinnovata effusione.
"Signora," disse Denis prendendole una mano fra le sue "pensate al breve tempo che ancor mi rimane a vivere e alla grande tristezza che mi procura la vostra desolazione. Risparmiatemi, vi prego, in questi ultimi momenti, la vista di un dolore cui io non potrei porre rimedio neppure col sacrificio della mia vita".
"S, sono molto egoista," rispose Bianca "voglio esser pi savia per voi, signor de Beaulieu. Ma, suvvia, riflettete, ditemi s'io non possa giovarvi in alcun modo pel futuro... Non avete amici ai quali io possa recare il vostro estremo saluto? Datemi pure incarichi, gravi fin che vorrete; ogni peso, per piccolo che sia, mi varr ad alleviare la gratitudine senza prezzo ch'io vi devo. Procurate ch'io possa fare qualcosa per voi oltre che piangere".
"Mia madre" disse Denis " passata a seconde nozze ed ha una seconda famiglia da badare. Mio fratello Guiscardo sar, quindi, l'erede del mio feudo; e, se non erro, della mia morte egli sar assai soddisfatto. La vita  un fumo, come ci han appreso quei tali che stan negli ordini sacri. Quando l'uomo  su un bel cammino, e vede la vita dispiegarglisi davanti, gli sembra d'esser la creatura pi importante della terra. Il suo cavallo gli annitrisce, le trombe squillano, le ragazze si fanno alla finestra per rimirarlo quand'egli entra in citt cavalcando alla testa del suo drappello. Riceve dimostrazioni di fiducia e di stima, alcune volte per lettera, altre a parole, da persone di grand'affare che gli capitano fra capo e collo. Non  quindi da meravigliare se la testa alcun poco gli gira. Ma, una volta ch' morto, fosse stato valente come Ercole o saggio come Salomone, chi pi si ricorda di lui? Dieci anni fa, in una molto feroce mischia, mio padre cadde insieme ai suoi cavalieri; ebbene, io credo che di nessuno d'essi, che neppure del luogo del combattimento, v' pi chi si ricordi al mondo! No, no, signora, pi v'andate avvicinando alla morte, pi v'accorgete ch'essa  una buia e polverosa stanza dove v'han chiuso dietro per sempre la porta. Io ho pochi amici, adesso; morto, non n'avr pi nessuno".
"Ah, signor de Beaulieu," esclam la fanciulla "voi dimenticate Bianca di Maltroit".
"Siete assai cortese, signora mia, vi compiacete valutare il piccolo servigio che v'ho reso assai pi di quanto esso meriti".
"Non  questo" ella replic. "Avete torto se pensate ch'io sia tanto preoccupata del mio interesse. Dissi cos perch voi siete il pi nobile uomo che mai incontrassi, perch rilevo in voi un animo pieno di generosit e di finezza".
"E con tutto questo," ribatt Denis "eccomi qui, condannato a morire in questa trappola come un sorcio!"
Una nube d'angoscia vol sulla faccia di lei, che rimase silenziosa, per un istante. Poi una luce brill improvvisa ne' suoi occhi e, sorridendo, ella riprese a dire:
"Io non voglio che il mio paladino pensi cos bassamente di s. Chi fa getto della propria vita per un'altra persona, sar accolto in Paradiso da tutti gli Angeli ed Arcangeli del buon Dio. Ma, ditemi, pensate ch'io sia bella?" proruppe infine arrossendo.
"Lo penso davvero" diss'egli.
"Son contenta di questo" rispose ella cordialmente. "Ebbene, pensate che vi possano essere molti uomini in Francia che, chiesti in nozze da una bella ragazza, e di sue proprie labbra, abbian rifiutato? So bene che di simili trionfi voialtri uomini fate poco caso. Ma noi donne sappiamo meglio di voi quello che v' di pi prezioso nell'amore: e non c' nulla, credetemi, che pi di questo possa innalzare una persona nella nostra stima: noi donne nulla s'apprezza pi caramente".
"Vi ringrazio delle vostre gentili parole," diss'egli "ma voi non potete farmi dimenticare che io ero domandato di piet e non d'amore".
"Di questo non son ben certa" replic la fanciulla col capo chinato. "Ascoltatemi, signor de Beaulieu. Immagino quanto dovete disprezzarmi voi, e sento ch' giusto lo facciate. Sono una troppo misera creatura, io, per occupare un pensiero nel vostro cuore. Tuttavia  pure vero che voi siete condannato a morire per me, stamani. Ma, sappiatelo, se io vi domandai che mi sposiate, s, s, fu perch io vi stimavo, perch vi ammiravo, perch, dal momento che pigliaste le mie difese contro lo zio, ho sentito d'amarvi con tutta l'anima. Oh, se aveste potuto vedervi allora, non disprezzo, ma piet avreste sentito per me. Ed ora" continu, rattenendolo con una mano "sebbene, posto da parte ogni riserbo, io sia arrivata a dirvi di queste cose, sappiate che i vostri sentimenti verso di me io gi li conosco. Io non vorrei, essendo nobile di nascita, tediarvi con dimostrare l'utilit di un consenso da parte vostra. Io pure ho il mio orgoglio, e vi dichiaro davanti la santa Madre di Dio, che se voleste tornare sulla parola data, quant'a me, ho tanto desiderio di sposare voi quanto di non sposare... il lacch di mio zio".
Denis sorrise un poco amaro.
"Gli  un piccolo amore" disse "che adombra un piccolo orgoglio".
Ella non rispose, ma assai probabilmente aveva formulato il suo pensiero.
"Qua, venite alla finestra" ella disse, additandogli uno di quei finestroni. "Guardate:  l'alba!"
Infatti l'alba era di gi levata. La volta del cielo era tutta soffusa dell'essenziale luce del giorno, nitida ma ancora scolorita, e la valle sottostante era percorsa tutta da un grigio riflesso. Radi e lievi vapori stavano covigliati nell'insenature della foresta, o strisciavano via lungo il corso serpeggiante del fiume. Tutta la scena emanava un'ineffabile sensazione di pace che appena venne turbata quando i galli cominciarono ad innalzare il loro canto dalle fattorie. E forse tra essi era quel medesimo compare che, mezz'ora prima, aveva gittato cos orrido strido nell'oscurit della notte, e ora alzava pi gaio il suo saluto ad accogliere la venuta del giorno. Fra gli alberi della vallata un venticello si lev tutt'affaccendato, vorticante. Poi, grado grado, dall'oriente, la luce venne inondando ogni cosa: finch divent incandescente, e sprem fuori, rossa palla di cannone, il sole.
Denis guardava gi tutte quelle cose con un poco di brivido. Aveva preso tra le sue le mani della fanciulla e la ratteneva l, quasi inconsciamente.
"Diggi fa giorno!" ella esclam; poi, alquanto incongruente: "La notte  stata cos lunga... Ahim, che diremo allo zio quando ritorner?"
"Ci che vorrete" fece Denis, e strinse le piccole dita fra le sue.
Ella taceva.
"Bianca..." egli ripigli con un concitato incerto accento pieno di passione "avete veduto com'io temo la morte. Ora dovete saperlo bene che io sarei felice di gittarmi da questa finestra quanto lo sarei di mettervi pur un dito addosso senza il vostro consenso. Ma, se un poco vi date pena di me, non fate ch'io abbia a far getto della mia vita per un semplice equivoco; poich io vi amo, Bianca, pi del mondo intero; e, per quanto abbia caro morire per voi in tutt'allegrezza, mi parrebbe godere tutte le gioie del Paradiso s'io potessi continuare a vivere accanto a voi, dedicare la mia vita interamente a voi..."
Aveva appena cessato di parlare che, dall'interno della casa, una campana cominci a rintoccare pesantemente, e un frastuono d'armati si sparse pel corridoio: il che attestava che le guardie ritornavano ai loro posti, e che le due ore eran scorse.
"Ebbene, avete sentito?" ella mormor piegandosi verso di lui, tutta labbra ed occhi.
"Non ho sentito nulla" rispose Denis.
Ella gli sussurr all'orecchio:
"Il capitano si chiamava Florimond de Champedivers".
"Non l'ho mai udito nominare" egli rispose; e, pigliando fra le sue braccia l'elastico corpo della fanciulla, ricopr di baci l'umido viso.
Dietro loro s'ud un melodioso gorgheggo seguito da una risatina soffocata, poi la voce del Sire di Maltroit che augurava buon d al suo nuovo nipote.
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Racconto: UN ALLOGGIO PER LA NOTTE.
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Era novembre inoltrato, nel 1456. La neve cadeva fitta fitta su Parigi con incessante ostinazione; a volte veniva via una raffica di vento che la rammulinava in vortici fuggenti; a volte l'aria si quietava e, falda dietro falda, essa ripigliava a cadere gi da quella nera notte, silenziosa, a spirali, interminabile. Alla povera gente che la guardava cadere attraverso le sopracciglia ammollate, pareva meraviglia ne dovesse venir gi tanta da quel cielo.
Maestro Franois Villon, stando alla finestra di una taverna, aveva proposto quel giorno un dilemma: era Jupiter Pagano che spennava le oche lass nell'Olimpo, o erano i santi angeli che mutavan di piume? Quanto a lui era soltanto un povero maestro delle arti, continu a dire, e poich la questione toccava davvicino la divinit, non s'avventurava a venire a una conclusione in materia.
Un vecchio prete babbeo di Montargis che si trovava tra la compagnia gli pag una bottiglia di vino in compenso della sua facezia e della smorfia con cui l'aveva accompagnata, e per la sua barba bianca giur che ben altro diavol di miscredente egli era, quand'aveva l'et di Villon.
L'aria era cruda, frizzante, ma non troppo diaccia, e i fiocchi della neve larghi e flosci aderivano prestamente al terreno. L'intera citt n'era come ammantellata. Un'armata avrebbe potuto attraversarla da un capo all'altro senza suscitare allarme. Se v'era qualche uccello che ancora si indugiava pel cielo, avrebbe visto gi la citt come una larga chiazza candida e i ponti disegnarsi come sottili travicelli sul bruno sfondo del fiume. In alto, sopra la cattedrale, la neve s'era ammassata in mezzo ai complicati ornamenti delle torri. Molte nicchie n'eran ripiene, molte statue portavano lunghe berrette bianche sulle loro sante teste. Le garguglie eran diventate come de' gran nasi gocciolanti in punta, e i bozzi che ornavano torno torno i pinnacoli sembravano de' cuscini messi pel ritto e gonfi da un lato. Nelle pose che il vento faceva di tanto in tanto s'udiva il suono quatto delle gocce che cadevano incessantemente gi nel recinto della chiesa.
Il cimitero di San Giovanni s'era preso lui pure la sua parte di neve. Tutte le tombe n'eran ben bene ricoperte, e gli alti tetti delle case che circondavano il cimitero gli stavano in giro come in grave parata. Quei bravi borghigiani erano gi da tempo tappati nei lor letti, incappucciati come le loro abitazioni. Luci intorno non se ne vedevano, se non il fievole barlume d'una lampada appesa, dondolante entro il coro della chiesa che smuoveva ombre qua e l coi suoi oscillamenti. Erano appena scoccate le dieci dal campanile quando la pattuglia di ronda sbuc fuori con alabarde e lanterna, battendo le mani. Ma non rilev nulla di sospetto intorno al cimitero di San Giovanni.
Eppure una piccola casa c'era, addossata al muro del cimitero, dove si stava ancora a vegliare, e con mali propositi, in mezzo a tutte quelle case piene di brava gente che russava. Poco la tradiva al di fuori: un filo di fumo che usciva dalla rocca del camino, una macchia nera sopra al tetto l dove la neve dimoiava, e qualche pesta mezza svanita presso la porta. Ma di dentro, dietro le chiuse finestre, maestro Franois Villon e parecchi della masnada ladresca con la quale era solito accompagnarsi passavano la notte allegramente, sturando bottiglie.
Un gran mucchio di tizzoni accesi spargeva intorno un alto e rude chiarore dall'archeggiato camino. Davanti al quale, piantato gambe aperte, stava Dom Nicolas, monaco piccardo, con la cotta rialzata a met e le ignude grasse gambe esposte alla vampa confortatrice. La sua ombra gigante tagliava la stanza per mezzo, e il bagliore della vampa gli sfuggiva ai due lati della larga persona, cadendo a specchiarsi in una piccola pozza d'acqua frammezzo a' suoi piedi. Aveva la faccia birrosa e acciaccata dei bevitori consumati, ricoperta da una fitta trama di vene congestionate, che, pel solito, avevano un color porporino, ma in quel momento erano di un pallido violetto: poich, quantunque col dorso voltato al fuoco, il freddo lo pizzicava ancora dall'opposto lato. Il cappuccio gli era mezzo caduto all'indietro e creava una strana gibbosit su ambedue i lati del collo taurino. Cos egli se ne stava, gambe spalancate, borbottando fra s e tagliando in due la stanza con l'ombra della corpulenta persona.
Alla sua destra Villon e Guy Tabary erano chinati insieme sopra un pezzo di pergamena. Villon stava scrivendo una ballata che avrebbe poi intitolato la "Ballata del Pesce Arrosto" e Tabary fiottava d'ammirazione alle sue spalle.
Il poeta era uno straccio d'uomo, scuro, piccolo, magro, con gote affossate e de' bei riccioli neri. L'ardente cupidigia con cui viveva gli aveva gi fatte rughe attorno agli occhi, e l'abitudine al sorriso maligno aggrinzite le labbra. Portava tuttavia i suoi ventiquattro anni con febbrile ardenza. Nella sua faccia s'alternava un'espressione tra volpigna e maialesca. Aveva un aspetto materiale, eloquente, schernitore, cattivo. Le sue mani eran piccole e prensili, con dita nodose come corde, e continuamente agitate intorno alla fronte, con una mimica espressiva e violenta.
Quanto a Tabary, una grossa e compiacente imbecillit ammirativa gli trasudava dal naso largo e schiacciato e dalle labbra bavose. Egli era divenuto ladro cos come un altro diventerebbe il pi onesto de' cittadini, per quell'imperiosa legge che governa il destino degli umani paperi e degli umani somari.
A l'altro lato del monaco, Montigny e Thevenin Pensete giocavano d'azzardo. Alcuni sentori di buona nascita ed educazione circolavano intorno al primo, come intorno a un angelo decaduto. La sua persona aveva un che di slanciato, di cortigianescamente flessibile, la sua faccia era aquilina, tenebrosa. Thevenin, buon diavolaccio, era in gran solluchero, quel giorno: aveva fatto un buon colpo durante il pomeriggio, nel Faubourg St. Jacques, e adesso era tutta notte che guadagnava a Montigny. Un largo sorriso illuminava la sua faccia, e la cute della sua testa calva, cinta da una ghirlanda di riccioli rossigni, roseamente brillava.
"Doppio o pace?" fece Thevenin.
Montigny assent gravemente.
"Amano alcuni cenare riccamente" scriveva intanto Villon "con pane e cacio e piatti d'argento. L, l... aiutami, Guido".
Tabary ghignava di contentezza.
"O prezzemolo su piatti d'oro" scribacchi il poeta.
Il vento, di fuori, si ravvivava, spingendo la neve davanti s, e mandando talvolta un vittorioso ululato che si ripercoteva in sepolcrali borbottii su per la cappa del camino. Il freddo aumentava con l'inoltrarsi della notte. Villon, storcendo le labbra, imitava di tanto in tanto il suono delle raffiche con un mugolo che aveva del sibilo e del lamento.
"Lo sentite come strepita lass fra gl'impiccati?" esclam Villon. "Son l che danzano sopra il voto la giga del diavolo. Ballate, ballate, galanti miei, che tanto nessuno di voi avr caldo! Brrr!... Senti che soffiate! Dev'esser caduto qualcosa, proprio adesso! Ah, una nespola  caduta dall'albero a tre piedi... Oh, Dom Nicolas, ci far freddo, eh, stanotte sulla strada di St. Denis?"
Dom Nicolas ammicc con ambedue i suoi grossi occhi e trangugi amaro. Monfaucon, il terribile patibolo di Parigi, era rizzato nelle vicinanze della strada di St. Denis, e per questo la facezia punse il monaco sul vivo. Quanto a Tabary rideva ancora sgangheratamente per la facezia della nespola; non aveva udito mai nulla di pi spiritoso: e si teneva i fianchi e crocitava. Per il che Villon gli scocc un buffetto sul naso che ebbe virt di tramutare quella sua allegria in tanti colpi di tosse.
"Adesso chtati" gli fece Villon "e trovami una rima in "pesce"".
"Doppio o pace?" borbottava Montigny cupamente.
"Di tutto cuore" rispondeva Thevenin.
"Ce n' ancora in quella bottiglia?" domand il monaco.
"Sturane un'altra!" proruppe Villon. "E come puoi pensare di empire un corpaccio della tua razza con una bottiglia sola? E come credi di poterci andare, tu, in paradiso? Ch'abbian a venir gi gli angeli a pigliarti? o ti credi un altro Elia, che abbian a mandarti gi la carrozza?"
"Hominibus impossibile" sentenzi il monaco riempiendosi il bicchiere.
Tabary andava in estasi.
Villon gli scocc un altro buffetto sul naso.
"Ridi, grullo, alle mie facezie" gli disse.
"Oh, molto carine!" ribatt Tabary.
Villon gli fece una smorfia.
"Adesso chtati" gli fece Villon "e trovami tu da farne del latino? Eh, non desidererai di saperlo tu il latino quando ti troverai davanti alle Grandi Assise del Giudizio Finale, che ci sar un Diavolo Cancelliere che ti chiamer "Venga avanti Guido Tabary, clericus!" Il diavolo con la gobba e l'unghie rosse roventi!... A proposito di diavolo" soggiunse, abbassando la voce. "Guarda l Montigny!"
Tutti e tre si voltarono pianamente verso il giocatore. Pareva proprio che la Fortuna non arridesse a costui. Aveva la bocca piegata da una parte, una narice quasi tappata, l'altra avidamente dischiusa. Il malocchio era proprio dalla sua, come si dice: e soffiava, bofonchiava sotto il peso della sua sfortuna.
"Si direbbe che gli voglia dare una coltellata" sussurr Tabary roteando gli occhi.
Il monaco ebbe un brivido, poi si volt e stese le mani sopra le rosse braci. Ma era il freddo che lo commoveva a quel modo, non certo un eccesso di sensibilit morale.
"Vien qua" disse Villon "e ascolta questa ballata, e dimmi come la ti va". E, battendo il ritmo con le mani, la lesse ad alta voce.
Erano giunti appena alla quarta rima quando un brusco e violento scompiglio fra i giocatori li interruppe. La partita era finita e Thevenin stava per aprir bocca e gridare un'altra vittoria quando Montigny, svelto come un aspide, era balzato in piedi e l'aveva pugnalato al cuore. Il colpo era arrivato netto avanti che l'altro avesse avuto tempo a proferir sillaba, a fare un sol moto di difesa. Il suo corpo fu agitato da un tremito convulso, apr e richiuse le mani, annasp un poco con i piedi sul pavimento, poi la testa gli si pieg da un lato con gli occhi sbarrati, e l'anima di Thevenin Pensete era tornata al suo creatore.
Tutti balzarono a' suoi piedi: ma la faccenda era bell'e liquidata, e ai tre compagni non rimase che guardarsi in volto, esterrefatti. Il morto era l boccheggiante che fissava un angolo del soffitto con uno sguardo tralunato e bieco.
"Mio Dio!" esclam Tabary, e cominci a mormorare una preghiera in latino.
Villon invece scoppi in una grande e convulsa risata. Poi si fece avanti, trinci al morto una comica riverenza, e si di a ridere ancora pi forte. Ma subito, come sgomentato, si lasci cader su uno sgabello, e l continu a ridere, a ridere, quasi volesse farsi a pezzi.
Montigny riacquist il suo contegno calmo.
"Vediamo quanto ha indosso" concluse; e con mano esperta frug nelle tasche del morto, divise le monete in quattro parti eguali e le mise in tavola. " per voi" disse.
Il monaco intasc la sua parte con un cenno del capo, gittando una guardata fuggitiva all'ammazzato: il quale gi cominciava ad afflosciarsi su s medesimo e a crollar gi da un lato della scranna.
"Adesso siamo tutti alla stiaccia!" esclam Villon con un riso acido. "C' odor di forca per noi tutti qua dentro, per non dire degli altri che non ci sono". E tracci un comico gesto per l'aria con la mano destra alzata rovesciando la testa da un lato e cacciando fuori la lingua come a imitare l'aspetto di un impiccato. Poi intasc la sua parte di bottino e diede una scrollata alle dita tanto per ristabilire la circolazione.
Tabary fu l'ultimo a servirsi. Egli fece ballare le sue monete nella mano, e and a rincantucciarsi in fondo alla stanza.
Montigny riassest Thevenin sulla scranna, poi gli strapp fuori dal petto il pugnale. Zampill un getto di sangue.
"Farete bene a batter in ritirata, voialtri" diss'egli, asciugando la lama a una falda della giubba della sua vittima.
"Lo credo anch'io" fece Villon rabbrividendo. "Maledetto quel testone l!" proruppe. "L'ho qui sullo stomaco come un fagotto... Ma che diritto, dico io, ha un uomo d'avere de' capelli rossi quand' crepato?..." e di nuovo s'afflosci sullo sgabello, tutto tralunato, coprendosi il viso con le mani.
Montigny e Dom Nicolas scoppiarono in una risata, cui Tabary fece eco debolmente.
"E frigna tu, bimbo" lo canzon il monaco.
"L'ho sempre detto ch'era una donnicciola" aggiunse Montigny con un sogghigno. "Vuoi star su, s o no?" continu egli dando una scrollata al morto. "Pesta gi codesto foco, Nick!"
Ma Nick era occupato altrove, e in miglior modo. Quieto, quieto, mentre il poeta se ne stava l seduto tutto moscio e tremante sullo sgabello dove poco prima aveva scritto la sua ballata, Nick lo aveva derubato della borsa.
Montigny e Tabary gli fecero un cenno come a richiederlo della loro parte di bottino, al che il monaco assent con un gesto del capo intanto che faceva sparire la piccola borsa dentro al corsetto. In molti modi una natura d'artista si dimostra inadatta alla vita pratica.
Il furto era appena compiuto che Villon si scosse, balz in piedi e si diede ad aiutare Nick a sparpagliare ed estinguere le braci del focolare. Nello stesso tempo Montigny apr la porta e spi di fuori. Il luogo era deserto; nessuna di quelle pattuglie frugatutto era in vista. Tuttavia fu giudicato opportuno di svignarsela uno alla volta, e poich Villon dimostrava grande impazienza di fuggire la compagnia del morto Thevenin, e gli altri una fretta ancor maggiore di svignarsela da lui per timore s'accorgesse del furto delle monete, cos, per generale consenso, Villon fu il primo ad uscire sulla via.
Il vento aveva alfine trionfato ed ora cacciava via tutte le nuvole dal cielo. Solamente uno straterello di nebbie evanescenti, che pareva chiarore di luna, veleggiava rapido attraverso le stelle. Faceva un freddo indiavolato e, per uno strano effetto d'ottica, le cose risaltavano all'occhio pi distinte e definite che se fossero state illuminate dalla luce del giorno. La citt dormiva, in perfetta tranquillit e pareva, sotto le stelle, una distesa di bianchi cappucci, di tante piccole Alpi.
Villon imprec alla sua sfortuna. Almeno nevicasse ancora! Invece adesso, da qualunque parte prendesse a camminare, i suoi passi lasciavano dietro s una traccia indelebile sulla strada biancheggiante; da qualunque parte pigliasse egli si sentiva come legato alla casa del cimitero di San Giovanni, s che gli pareva di tessere col suo passo cadenzato una fune che lo avvinceva al delitto, e che presto lo avrebbe avvinto anche alla forca. Gli riapparve allora lo sguardo bieco del morto ma animato da una nuova espressione. Fece schioccar le dita come per darsi un po' di coraggio e, entrato in una viuzza a caso, prosegu il suo cammino, animosamente, in mezzo alla neve.
Due cose lo angustiavano in quel momento: il ricordo della forca di Montfaucon come gli era accaduto di vederla, una volta, in una notte di luna, e l'aspetto dell'ammazzato: la sua testa calva circondata da una corona di riccioli rossastri. Ambedue quelle visioni gli facevano balzare il cuore di sgomento, e si mise ad affrettare il passo quasi volesse con la rapidit del cammino scacciarsi di dosso quei cattivi pensieri. A ogni tratto, per, si dava una guardatina all'indietro, trasalendo di paura; ma non vedeva nulla che si movesse, tranne quando il vento, ingolfandosi per la strada, s'avventava gi sulla neve ammassata, e la sollevava in grandi fiocchi pulverulenti e vividi.
Improvvisamente, in fondo ad una via, scorse un nero viluppo e due lanterne. Il viluppo si muoveva, le lanterne oscillavano in qua e in l come portate da uomini che camminassero. Era la pattuglia. La quale, ancorch venisse semplicemente ad incrociare il suo cammino, egli giudic opportuno di evitare pi sollecitamente che poteva. Non era in quel momento d'umor tale da rispondere al chi-va-l che gli avrebbero gettato, e poi sapeva di aver lasciato dietro di s una lunga striscia d'impronte sulla neve. Per la qual cosa, visto alla sua sinistra un gran palazzo che aveva in sul davanti un largo andito tutto ruinato e deserto, mont i tre gradini davanti alla porta e balz a nascondersi dentro quello. Era abbastanza buio l dentro, massime per lui che veniva dal chiarore delle vie nevate, e proced tastoni, le braccia protese, finch d'un tratto sent che incespicava in alcunch che offriva al suo tatto una certa resistenza, una sostanza ch'era aspra e molle, soda e cedevole a un tempo.
Il cuore gli di un balzo, ed indietreggi pien di paura, fissando l'impreveduto ostacolo. Ma subito scoppiava in una risata. Era soltanto una donna, ed era morta. Allora s'avvicin a lei, gli s'inginocchi accanto e cerc di rassicurarsi su quest'ultima circostanza. Ella era tutta fredda, diaccia, stecchita come un bastone. Una piccola gala svolazzava al vento fra i suoi capelli e le sue gote apparivano imbellettate di fresco. Le sue tasche erano vuote; per, frugandole nelle calze, Villon scopr, sotto la legaccia, due piccole monete di quelle che a quel tempo si chiamavano "bianchi". Era poco, ma era gi qualcosa, e il poeta si commosse al pensiero di quella povera fanciulla ch'era morta prima di poter spendere il suo danaro. Gli pareva proprio una strana e miserabile circostanza codesta: e stava l a guardare ora le monete ora la donna e poi le monete ancora, scuotendo la testa all'idea di quant'era buffa la vita umana. Enrico quinto d'Inghilterra che moriva a Vincennes poco dopo aver conquistato la Francia e quella povera sgualdrina l, morta di freddo, nell'andito di quella casa signorile; il mondo camminava proprio in una buffa maniera!
Mentre questi pensieri gli passeggiavano pel capo, quasi automaticamente, le sue mani correvano alla borsa. Il cuore gli cess di battere di colpo; gli parve come se fredde scaglie ricoprissero le sue gambe e si sent uno sgrigiolo di gelo passare sulla cotenna. Rimase l un istante come pietrificato, poi tast di nuovo, con moto febbrile, e, la certezza della sua perdita essendogli balenata intieramente, il corpo gli si ricopr tutto di sudore. Per colui ch' abituato a scialacquare, il danaro  cosa cos viva, cos reale e un cos rado velo lo sepra dai suoi godimenti! V' un limite soltanto alla sua fortuna: quello del tempo, e un prodigo  ricco quanto un imperatore di Roma, fin che n'ha da spendere. Ragione per cui perdere il suo danaro  per costui il pi barbaro dei contrattempi, come piombare dal cielo in inferno, dal tutto nel nulla, in un amen... Tanto pi per uno che aveva risicato la forca pel suo danaro, che poteva darsi che l'indomani fosse impiccato a cagione di quella borsa cos aspramente guadagnata, e cos stupidamente perduta!
Villon bestemmi il suo destino, scagli i due "bianchi" nella strada, alz le pugna al cielo, e picchi forte il piede, senza inorridire se gli era capitato di batterlo su quella povera spoglia di donna.
Allora rapidamente rifece il cammino percorso sino alla casa del cimitero. Ormai non l'aveva pi in mente la pattuglia, la quale, in ogni caso, a quell'ora, doveva esser lontana; non pensava che alla sua borsa perduta. Ma invano egli guard a destra, a sinistra, in mezzo alla neve: nulla vide. Di certo non l'aveva smarrita per strada. Gli fosse caduta quand'era ancora nella casa? E sent un gran desiderio di ritornarci, frugarla. Ma l'idea di quel terribile ammazzato di l dentro gli scemava il coraggio. Per, quando fu vicino a quella, s'avvide che il fuoco, malgrado gli sforzi fatti per soffocarlo, era ancora acceso; anzi ora divampava pi forte e gittava ondeggianti sprazzi di luce attraverso le fenditure della porta e delle finestre; il che rinnov nel poeta la paura per l'autorit e pel patibolo.
Ritorn davanti al palazzo e, frugacchiando tra la neve, si di a ricercare quei due "bianchi" che vi aveva buttato poco prima in un impeto di rabbia. Ma non gli riusc che scovarne uno solo; l'altro probabilmente l'aveva gittato lontano e stava affondato nella neve. Con quella sola moneta in saccoccia il suo progetto di passare una nottata allegra in qualche tavernaccia de' dintorni era bell'e svanito. Ah, non soltanto gli scappava di mano una bell'occasione di gioia, ora era un vero avvilimento che lo coglieva, una pena reale. Il sudore gli s'era asciugato indosso e quantunque il vento fosse caduto s'andava mettendo gi un gran gelo che diventava pi forte d'ora in ora, e lo rendeva tutto agghiacciato e rattrappito fin dentro al cuore. Che doveva fare? Sebbene fosse ora inoltrata e le probabilit di un successo assai scarse, pens di recarsi alla casa dove abitava il suo padre adottivo, il cappellano di St. Benoit.
Vi and di corsa, e, giunto l, buss timidamente. Nessuna risposta venne dal di dentro. Buss di nuovo a pi riprese, rattenendo il fiato ad ogni colpo; e alla fine ud alcuni passi nell'interno che s'andavan avvicinando. Poi un finestrino s'apr dentro una porta tutta chiodata di ferro, lasciando sfuggire uno sprazzo di luce giallognola.
"Metti la faccia al finestrino" disse la voce del cappellano dal di dentro.
"Sono io" piagnucol Villon.
"Ah, sei tu?" ribatt il cappellano; e sagramentando in modo davvero poco pretesco si di a imprecare contro di lui che veniva a disturbarlo a quell'ora; tornasse all'inferno dond'era venuto.
"Le mie mani son tutte paonazze dal freddo" si raccomandava il povero Villon, "i miei piedi ghiacciati e pieni di fitte; il mio naso indolenzito a quest'aria cos cruda; ed ho il cuore pien di gelo. Potrei crepare prima che faccia giorno. Soltanto questo ti dico, padre mio, e ti giuro davanti a Dio che non ti chieder altro che un po' d'alloggio".
"Dovevi venir prima!" l'ecclesiastico ribatt freddamente. "I giovani han bisogno d'una lezione, ogni tanto". E, serrato il finestrino risolutamente, si ritir nell'interno della casa.
Villon mont su tutte le furie: picchi sulla porta con mani e piedi, e scagli parolacce dietro il cappellano.
"Vecchia canaglia!" gridava. "Se t'avessi fra le unghie ti farei volare dritto dritto dentro un pozzo!"
Dall'interno s'ud il fioco rumore di una porta che si chiudeva lungo un corridoio. Villon si tapp la bocca per non lasciarsi sfuggire un'altra bestemmia. Ma poi, colpito dal grottesco della sua situazione, si mise a ridere e a guardare allegramente su al cielo dove le stelle parevano sorridere sulla sua sconfitta.
Che dunque gli restava a fare? Assai probabilmente, passare la notte su quelle strade gelate. Gli torn in mente all'improvviso la donna morta e sent un brivido corrergli per l'ossa; ci ch'era accaduto a lei la sera avanti poteva ben capitare a lui prima dell'alba. E cos giovane, e con tali immense possibilit di belle bisbocce davanti! Tuttavia si rassegn alquanto pateticamente alla sorte che l'attendeva come si trattasse di un'altra persona, e si tracci in fantasia una piccola vignetta della scena che avverrebbe la mattina dopo quando ritrovassero il suo corpo stecchito, l in mezzo alla strada.
Facendo girellare tra il pollice e l'indice quel suo unico "bianco", si di a passar in rassegna le possibilit che aveva di trovarsi qualche ricovero. Sfortunatamente egli era in cattiva armonia con i suoi vecchi amici che avrebbero potuto prendersi piet di lui in quelle brutte condizioni. Li aveva messi in satira ne' suoi versi e tartassati e canzonati a dovere. Tuttavia pens che uno ci doveva essere che, vedendolo in tali strette, si sarebbe dimostrato forse meno rigido degli altri. Era una probabilit. Valeva almeno la pena di tentare. Ed egli si avvi verso la casa di quello.
In via, due piccole circostanze gli accaddero che colorirono in vario modo le sue riflessioni. La prima era ch'egli si accorse di trovarsi proprio a percorrere il cammino che aveva fatto la pattuglia di ronda, e per un centinaio di passi segu quelle tracce, quantunque lo portassero fuori della sua direzione. Questo lo mise di buon umore, perch almeno, pensava, era riuscito a confondere le sue, dacch egli era sempre posseduto dalla preoccupazione che la gente dovesse braccheggiarlo di qua e di l per tutta Parigi, e che gli avessero a mettere il collare avanti che fosse svegliato la mattina dopo. L'altra circostanza lo colp in modo differente. Trovandosi a passare per uno stretto canto si ramment che molti anni prima, proprio l in quel punto, una donna era stata divorata dai lupi insieme col suo bambino, e pens che quello per l'appunto era un tempo tale da invogliare i lupi ad entrare di nuovo a dar una capatina in Parigi, e che un uomo solo come lui correva rischio a tal proposito di non cavarsela soltanto con qualche po' di battisoffiola.
Si ferm e si guard attorno con circospezione.
Si trovava su una piazzetta dove mettevano capo parecchie viuzze. Le pass in rassegna una per una, rattenendo il fiato e tendendo l'orecchio caso mai gli accadesse di avvertire qualche galoppante bestia sopra la neve o udire il suono di qualche latrato gi dalla parte del fiume. Si ricord di sua madre che un tempo gli raccontava questa storia della donna e del bambino divorati dai lupi e gli additava il luogo dov'era avvenuta la strage. Sua madre! Avesse almeno saputo dove viveva la povera donna, era certo di trovare un ricovero presso di lei. Risolse di informarsene la mattina di poi: anzi, d'andar a trovarla, povera vecchia! Cos pensando, arriv al luogo verso il quale s'era indirizzato.
La casa era tutta buia come quelle che la contornavano, e, picchiato che v'ebbe qualche colpo, ud muoversi sopra il suo capo e una voce che sommessamente gli chiedeva chi fosse. Il poeta mormor il suo nome, ed attese. Ma non ebbe ad attender molto, ch una finestra si spalanc di colpo e una secchiata di rigovernatura s'abbatt gi sulla soglia della porta, davanti a lui.
Villon, a dir il vero, non era del tutto impreparato a una accoglienza di quella sorta e gi s'era messo al riparo, come la natura dell'andito glielo permetteva; ma, in onta a questa precauzione, egli si trov tutto ammollato dalla cintura in gi. Le sue brache presto presto cominciarono ad agghiacciare. Si ricord anche di aver qualche disposizione all'etisia, e si prov a tossire. Per la gravit del pericolo occorsogli aveva irrobustito alquanto i suoi nervi. A un centinaio di passi dalla porta dov'era stato cos ben accolto, si ferm e, un dito sul naso, si di a riflettere.
Ormai non vedeva che una maniera per procacciarsi un alloggio, ed era di prenderselo. Non lungi di l egli aveva notato una casa che gli sembrava abbastanza adatta per farvi un'irruzione e mosse prontamente verso quella, compiacendosi lungo il cammino di ricrearsi la mente con la prospettiva di una camera ben calda, di una tavola ancora gremita degli avanzi di un buon desinare, e dov'egli potesse trascorrere in pace quelle ultime maledette ore della notte, e magari uscirne la mattina dopo con una bella bracciata di piatti d'argento. E si mise a pensare anche alle pietanze e ai vini che pi gli piacevano, e, come stava passando in rassegna la lista delle pietanze favorite, gli si present in visione anche il pesce fritto, ma con un aspetto singolare di comicit e d'orrore.
"Quella ballata" si disse "non riuscir mai a finirla!" E poi, ricordando con un brivido la figura dell'ammazzato: "Dannato testone!" ripet con ira, e sput sulla neve.
La casa dov'era giunto, a prima vista, pareva tutta buia; ma, dopo la breve ispezione ch'egli fece per ricercarvi il miglior punto d'attacco, Villon s'avvide che un barlume di luce trapelava fuori di una finestra incortinata.
"Diavolo!" pens. "Qui c' gente ancora in veglia... Sar qualche studente o qualche eremita, Dio li abbia in gloria! O non potrebbero starsene a letto a russare come fanno i loro vicini? A che serve il coprifuoco? Che ci stanno a fare quei poveri diavolacci de' sagrestani che ballano in capo alla fune delle campane? A che serve il giorno, se la gente sta su di notte? Il canchero li pigli!" Ma poi fece una smorfia pensando dove l'aveva condotto la logica del suo ragionamento. "Bah, ognuno ha pur le sue faccende" soggiunse "e se c' qualcuno in veglia, per Iddio, potr bene domandargli da mangiare, e crepi il diavolo!"
Animosamente allora s'appress alla porta e vi buss due colpi asciutti, decisi. Nei due casi precedenti egli aveva bussato con timidezza e stando un po' sul chi vive per ci che gli potesse accadere; ma adesso, avendo ormai scartata l'idea di farvi un'irruzione ladresca, il picchiare a una porta gli sembr un'operazione assai semplice e naturale.
Il suono de' suoi colpi dest attraverso la casa degli echi fievoli e misteriosi come s'essa fosse interamente vuota, ma questi non erano ancora del tutto dileguati che s'ud un passo cadenzato avvicinarsi, disserrarsi due catenacci, e si vide un battente spalancarsi di colpo, come se quei di dentro non fossero gente da temere affatto alcun tranello. E una figura d'uomo apparve, alta e vigorosa ed asciutta, per quanto un poco curva.
Aveva una testa di massiccia struttura, ma finemente scolpita ne' suoi tratti; il naso, schiacciato in punta, s'andava affinando verso l'alto dove si congiungeva con un paio di larghi e onesti sopraccigli; la bocca e gli occhi avevano un disegno delicato, e l'intera faccia pareva riposare sopra una folta barba bianca di taglio quadro e signorile. Veduta cos alla luce tremolante della lanterna, essa sembrava una figura pi distinta di quanto avesse diritto di esserlo, ma era tuttavia una fisionomia fine, pi nobile che intelligente, schietta, forte e severa.
"Siete venuto un po' tardi, signore" disse il vecchio con un tono di voce risonante.
Villon s'inchin umilmente e profer alcune parole di scusa.
"Avrete freddo e fame?" riprese il vecchio. "Bene, entrate". E con un gesto cortese lo invit ad entrare in casa.
" qualche gran signore di certo" pens tra s Villon intanto che il suo ospite, deposta la lanterna sul pavimento lastricato, tornava a serrare dietro di lui i due catenacci.
Dopo di che, chiedendo scusa al poeta se lo precedeva, lo condusse al piano di sopra in una ampia sala illuminata da una gran lampada appesa al soffitto e riscaldata da un braciere di carbone. La stanza era assai povera di mobilio v'erano soltanto alcuni piatti d'oro sulla dispensa, qualche librone in-folio e un'armatura ritta tra due finestre. Dalle pareti pendevano due eleganti arazzi su l'uno dei quali era raffigurata la crocefissione di Nostro Signore, su l'altro una scena di pastori e pastorelle sulla riva d'un fiume. Al disopra del camino era appeso uno scudo gentilizio.
"Volete sedere" riprese il vecchio "e perdonarmi se vi lascio per un istante? Son solo in casa, stanotte, e se volete mangiar qualcosa bisogna pure che vi serva da me".
Appena uscito l'ospite, Villon balz dalla seggiola sulla quale s'era seduto poc'anzi, e cominci a darsi attorno ad esaminare la stanza con l'avidit sorniona d'un gatto. Soppes fra le mani i boccali d'oro, apr tutti gli in-folio, investig l'arme gentilizia ch'era sopra lo scudo e la stoffa di cui eran foderate le sedie. Poi, sollevate le cortine delle finestre, vide ch'esse eran tutte ornate di vetri istoriati e piombati, e fin dove poteva scorgere, tutti a figure di carattere guerresco. Infine torn nel mezzo della sala, trasse un lungo respiro e trattenutolo poi a gote gonfiate e rigirandosi sui tacchi si guardava di nuovo intorno come per imprimersi nella memoria tutti quegli aspetti della sala.
"Sette piatti" esclam fra s. "Fossero stati dieci, li avrei rischiati... Una bella casa davvero, e un bravo padrone. Dio lo aiuti!"
In quella s'ud di nuovo il passo del vecchio che ritornava dal corridoio e Villon vol a sedere sulla sua sedia, e l stette, quatto, riscaldandosi i polpacci davanti al braciere.
L'ospite entr tenendo in una mano un piatto di vivande e nell'altra un boccale di vino. Mise il piatto sulla tavola accennando a Villon di accostarsi con la sedia, e, andato alla dispensa, ne torn con due tazze, che riemp.
"Bevo alla vostra migliore fortuna!" disse egli gravemente toccando con la sua la tazza di Villon.
"Ed io ad una nostra migliore conoscenza" rispose il poeta fattosi disinvolto d'un tratto.
Un qualunque uomo del popolo sarebbe rimasto alquanto in imbarazzo alle cortesie di quel vecchio signore, ma Villon era ormai incallito in queste cose; egli aveva fatto bisboccia coi grandi signori della contrada, e li aveva trovati furfanti quanto lui stesso. Perci si dedic con ingordigia alla sua pietanza, mentre il vecchio l'andava osservando con uno sguardo fermo ed investigatore.
A un certo punto questi disse:
"Vedo, signor mio, che avete una macchia di sangue sulla spalla".
Montigny doveva aver messa la sua mano umida di sangue sopra di lui, avanti che lasciassero la casa del cimitero. Egli maled Montigny nel suo cuore.
"Ma non  roba mia, sapete..." farfugli Villon.
"Oh, non pensavo questo" ribatt il vecchio. "Una rissa, forse?"
"Forse, chiss... qualcosa di simile..." ammise Villon rabbrividendo.
"Qualche povero diavolo rimasto ucciso?"
"Oh, no, non ucciso" balbett il poeta, sempre pi confuso. "Si trattava d'uno scherzo, d'un gioco... Ucciso cos, per caso. Io non ci misi mano per nulla, Dio scampi!" soggiunse poi vivacemente.
"Qualche furfante di certo" osserv il vecchio.
"Ecco, l'avete detta giusta" annu Villon, assai sollevato. "Un ignobile furfante come ce n' tanti, del resto, per tutte le strade del mondo. E faceva, sapeste, un gran brutto vedere quand'era morto!... A' vostri tempi, signore, vi sar capitato di vedere dei morti" aggiunse poi dando un'occhiata all'armatura.
"Oh, molti n'ho visti" rispose il vecchio. "Come potete immaginare io ho preso parte a parecchie guerre".
Villon depose la forchetta e il coltello che aveva appena presi su in quell'istante.
"Ed eran calvi, alcuni?"
"Oh s, e con capelli bianchi come i miei".
"Bianchi! Io non credeva dovessi far tanto caso a questo colore" balbett Villon quasi tra s. "Il mio aveva i capelli rossi". E qui ebbe come un ritorno della sua tremarella, del suo violento bisogno di risa, che per subito attuff con un'altra buona gorgata. "L, scusate, signore, io perdo un po' la sinderesi quando penso a quel fatto" continu. "Si , vedete, ch'io lo conosceva... Maledizione a lui! ... E poi, il freddo d all'uomo certe fantasie; e son le fantasie che gli fan venir freddo? chiss come sia..."
"Avete danaro indosso?" domand il signore.
"Ho un "bianco" soltanto" rispose il poeta ridendo. "L'ho pescato nella calza di una povera sgualdrina, che rinvenni morta sotto l'andito di un portone... Era morta, morta per davvero, come Cesare, povera figliola, e fredda come una tomba. Eh, d'inverno gli  un gran brutto vivere pei lupi, per le sgualdrine e pei poveri pezzenti come me".
Il vecchio disse:
"Io sono Enguerrand de la Feuille, signore di Brisetout, bilo di Patatrac. E voi, dite un po', chi e che cosa siete?"
Villon s'alz, fece una bella riverenza, poi disse:
"Io mi chiamo Franois Villon e sono un povero maestro delle arti a questa Universit. Conosco un po' di latino e un buggero di vizi. So comporre canzoni, ballate, lai, virelesi e rondoletti, e ho una grande passione pel vino. Nacqui in una soffitta e non  improbabile che morir sulla forca. Debbo aggiungere, signor mio, che da questa notte in poi io sono servo umilissimo di vostra signoria".
"No, non mio servo, ma mio ospite per stanotte, e niente pi" replic il cavaliere.
"E un ospite assai riconoscente" appoggi Villon con molto garbo; e bev di nuovo alla salute del suo interlocutore.
"Siete un tipo curioso, voi..." riprese a dire il cavaliere "assai curioso! Siete colto, letterato, eppure spillate una piccola moneta a una povera trecca che trovate morta per istrada. Questo, non  furto bell'e buono?"
"Gli  un genere di furto, se mai, come  in uso anche nella guerra".
"La guerra  il campo dell'onore!" ribatt il vecchio con un accento pieno d'orgoglio. "L, uno gioca la vita sopra un colpo d'archibugio, combatte pel suo Re, pel suo Dio, e pei beati Santi e per gli Angeli".
"Ponete" soggiunse Villon "ch'io sia un ladro per davvero. O che anch'io non gioco la mia vita contro rischi peggiori e per vantaggi pi meschini?"
"L'arrischiate pel guadagno, non per l'onore!"
"Bel guadagno!" protest Villon serrandosi nelle spalle. "Bel guadagno! Un povero diavolo ha bisogno di cibo e se lo prende, ecco tutto. E, di grazia, che altro fanno i soldati per le campagne? Che altro sono queste requisizioni di cui tanto si sente parlare? Conveniamo pure ch'esse non rappresentino un guadagno per quelli che le fanno, non  men vero che sono una perdita per quelli che le subiscono... Gli uomini d'arme se ne stanno l seduti presso un buon focolare, mentre i poveri borghesi si mungono le tasche per comperare da essi un po' di vino e di cibo. Intorno, per la contrada, ne ho visti tanti e tanti de' bravi bifolchi impiccati agli alberi! Sotto un olmo, ne ho contati fin trenta e facevano un ben squallido vedere! Domandato a qualcuno perch eran stati impiccati, mi rispose: Perch non eran riusciti a raggranellare danaro sufficiente per soddisfare gli uomini d'arme".
"Tutte queste son necessit di guerra che il popolo minuto deve saper sopportare con fiducia costante. Gli  bens vero che qualche capitano ha prevaricato nell'esercizio delle sue funzioni, ma gente senza cuore ne trovate in ogni classe di persone, e molti, convengo, si dan al mestiere dell'armi che prima non furono che briganti".
"Vedete, dunque," rispose il poeta "che voi stesso non potete separare il soldato dal brigante. E il ladro, di grazia, che cos' se non un soldato che agisce da solo e con circospezione? Poniamo, io rubo un paio di costolette di montone senza che m'accada di svegliare la gente del vicinato; il contadino, accortosi del furto, striller un poco, ma poi potr fare una ottima cena lo stesso con quel che gli rimane. Voi, invece, ci venite avanti con tanto di trombe; portate via de' greggi interi, e poi picchiate a sangue il contadino per costringerlo a venire a patti con voi. Io non ho trombe, signore: io mi chiamo soltanto Tommaso o Giovanni o Geremia, sono un pezzente e un povero cane; ma domandate un po' al contadino, fra due malanni come noi due quale preferisce aversi per casa; domandategli un po' quale di noi due egli sta su nelle fredde notti a vigilare e a maledire..."
Allora il vecchio disse:
"Fate mente a noi due. Io sono vecchio, forte e onorato. Se io dovessi allontanarmi dalla mia casa, ci sarebbero cento persone che andrebbero orgogliose di offrirmi un alloggio nella loro, e, pur di lasciarmi solo, se lo desiderassi, anche un poverello si ridurrebbe a passar la notte per istrada coi suoi bambini. E voi, invece, vagabondate pel mondo senza una casa e spillate un quattrino da una povera donna morta per via! Io non ho timore di nessuno e di nulla: e voi tremate e vi smarrite soltanto al suono di una parola. Io passo i miei giorni contento, in questa mia casa, aspettando il momento in cui piacer a Dio chiamarmi a s, o al mio Re sul campo di battaglia. E voi non avete davanti che la speranza e la visione della forca: oh, una ben triste e rapida fine, e senza speranza d'onore, senza onore di gloria! Non v' differenza, dite, fra queste due cose?"
"Ma di certo: quanto di qui alla luna!" salt su a dire Villon. "Per se io fossi nato signore di Brisetout e voi foste soltanto il povero scolare Franois Villon forse che la differenza sarebbe minore? Forse che non sarebbe toccato a me di star qui a scaldarmi le ginocchia a questo bel braciere di carbone e a voi di gironzare l fuori in mezzo alla neve alla ricerca di un quattrinello? Non sarei stato io il soldato e voi il ladro?"
"Ladro?!" proruppe il vecchio. "Io, ladro!? Se conosceste il valore delle parole dovreste pentirvi d'averle pronunciate!"
Villon allora cacci fuori le mani con un gesto indescrivibile di rude insolenza.
"Se Vostra Signoria m'ha fatto l'onore di seguire i miei argomenti!" disse.
"Vi faccio gi tropp'onore a sopportare la vostra presenza qui!" grid il cavaliere. "Imparate a frenar la lingua quando parlate con un vecchio onorato qual son io, o potreste trovar qualcuno che ve ne faccia pentire sul serio!"
E qui s'alz e si mise a passeggiare in fondo alla sala come combattuto fra un'ira furiosa e il disprezzo per l'uomo che gli stava davanti.
Villon, presto presto, si riemp la tazza e si acconci pi comodamente nella sua seggiola, incrocicchiando le gambe e appoggiando il capo sopra la mano e il gomito sulla spalliera. Ormai si sentiva ben caldo e pasciuto, quindi non era per nulla spaventato dalle smanie del suo ospite, tanto pi che ormai gli pareva d'averlo catechizzato a dovere intorno a quelle due tali differenze. La notte era ormai consumata e, a ver dire, in una maniera abbastanza piacevole ed egli era moralmente certo che alla dimane sarebbe riuscito a partirsene di l sano e salvo.
"Ditemi una cosa" disse d'un tratto il vecchio fermandosi. "Siete veramente un ladro, voi?"
"Invoco il sacro dovere dell'ospitalit" rispose il poeta. "Ebbene, signore, s, lo sono".
"Siete molto giovine" seguit il cavaliere.
"N sarei stato tanto vecchio" replic Villon facendogli ballare sotto il naso le dita di ambedue le mani, "se non mi fossi aiutato con questi dieci talenti. Essi mi fecero da madre, da balia e da governante".
"Potreste ancora pentirvi, mutare..."
"Non passa giorno ch'io non faccia un atto di pentimento" disse il poeta. "Pochi al mondo si sono pentiti di pi del povero Franois. Quanto al mutare, bisognerebbe che qualcuno mutasse le condizioni della mia vita. Anche con tutta la buona volont di pentirsi uno deve pur mangiare".
"Il mutamento deve cominciare dal cuore" obiett il vecchio austeramente.
"Caro signore," spieg Villon "ma credete ch'io rubi per mio puro diletto? Io ho in odio il rubare come ogni altra forma di lavoro. I miei denti sapeste come battono la solfa quando vedono la forca! Ma io debbo pur mangiare, debbo bere, debbo bazzicare allegre compagnie d'ogni risma. Ma che diavolo! L'uomo non  un animale solitario "cui Deus foemina tradit". Fatemi panettiere del Re, fatemi abate di St. Denis, fatemi bilo di Patatrac, e allora cambier di sicuro. Ma finch mi lasciate povero scolare Franois qual sono, senza un quattrino in tasca,  positivo che rester tal quale".
"La grazia di Dio  onnipotente".
"E sarei proprio un eretico a discuterla. Tanto pi che ha fatto voi signore di Brisetout e bilo di Patatrac, e a me ha dato soltanto qualche po' di arguto ingegno sotto il mio cranio e queste dieci dita sulle mie mani... Permettete che ne beva ancora un goccio? Grazie di cuore... Per Dio, ma avete un vinello squisito!"
Il signor di Brisetout ripigli a passeggiare avanti indietro per la sala con le mani sobracciate sul dorso. Forse nella sua mente ancora non s'era risolta quella differenza fra ladro e soldato; forse Villon gli andava suscitando una specie di aspra simpatia; forse il suo spirito era semplicemente confuso e intorbidato dal ragionamento di lui, cos strano e insolito; ma, sia una cosa che l'altra, fatto  che il buon vecchio si struggeva di ricondurre il giovine su una via di pensieri pi agiati ed onesti, e non poteva rassegnarsi all'idea di metterlo ancora in sulla strada, come prima.
"C' una cosa" egli disse finalmente "che non arrivo ancora a intender bene. Il vostro spirito  pieno di tanta arguta finezza, eppure il demonio vi ha tanto fuorviato. Ma il demonio  un assai povero spirito di fronte alla verit del Signore, e tutte le sue sottigliezze dileguano di fronte a una parola di vero onore, come le tenebre alla luce dell'alba. Ascoltatemi ancora. Fin dalla mia giovent ho appreso che un gentiluomo ha da vivere cavallerescamente nell'amore di Dio, del suo Re e della sua donna; e quantunque nella vita mi sia occorso veder compiersi tante scelleratezze, pure mi sforzai sempre di uniformare la mia condotta a quella legge. La quale non solo in tutte le pi nobili storie, ma  iscritta dentro al cuor d'ogni uomo, per chi vi sa leggere. Voi parlate di vino e di cibo, ed io so bene che il digiuno  una prova assai ardua da sopportarsi; ma voi scordate altri bisogni che ha l'uomo; voi dimenticate l'onore, la fede in Dio, la carit verso il prossimo, la cortesia e l'amore illibato. Pu darsi ch'io non sia un uomo saggio, sebben io penso di esserlo; ma voi mi sembrate simile a uno che ha smarrito la strada e vada errando pazzamente per la vita. Voi badate solo ai vostri piccoli bisogni, ma avete dimenticato le vere e supreme necessit, come uno che nel d del Giudizio Universale si mettesse a curarsi un mal di denti. Perch non solo l'onore, l'amore e la fede son per s cose pi nobili del mangiare e del bere, ma pure io penso che l'uomo questi beni  portato a desiderarli con pi intensa bramosia, e che della loro privazione egli risente ben pi aspramente. Io vi parlo cos, come penso che meglio mi possiate intendere. Mentre dunque ponete tanta cura nel soddisfare i piaceri del ventre perch trascurate gli appetiti del vostro cuore che gli sfrenati godimenti vi fanno guasto e mantengono in uno stato di miseria perenne?"
Villon si sentiva alquanto punto sul vivo da tutti quei discorsi.
"E voi credete che io non l'abbia, il senso dell'onore?" scatt su a dire. "Sono un povero diavolo, s, Dio sa! Ma la  dura, credetemi, veder la gente ricca con tanto di guanti e noi che dobbiamo soffiarci sulle mani per farci un po' di caldo! Uno stomaco vuoto gli  pur una squallida cosa, ancorch voi ne parliate con tanta leggerezza: ma se voi n'aveste passate quante n'ho passate io, eh, mutereste il tono del vostro discorso. S, in un modo o nell'altro, io sono un ladro, e cerco di cavarne il miglior vantaggio possibile; ma non sono poi il diavolo scatenato, Dio mi fulmini! E io vorrei che sapeste che il mio onore ce l'ho pur io, quantunque io non stia a blaterarne in qua e in l come fanno certuni, il giorno intero, come fosse un miracolo l'averlo. Per me invece la mi sembra cosa cos semplice e naturale, ch'io lo traggo fuori dalla sua custodia quando meglio m'accomoda. Perch, datemi retta, quanto tempo  ch'io son qui nella vostra casa, qui con voi che dicevate d'esser solo? Guardate, che bei piatti d'argento avete! Voi siete forte, l'avete detto, ma siete solo ed inerme ed io ho con me il mio coltello. Vedete, che mi ci vorrebbe a mettervi in un batter d'occhio l disteso per terra con la mia lama nello stomaco e fuggirmene con una bella bracciata delle vostre tazze d'argento? Credete ch'io non abbia spirito d'averle pensate queste cose? Eppure non l'ho fatte. E le vostre coppe son l sane e salve come fossero in una chiesa, e voi siete l col vostro cuore che batte regolare come un oriolo nuovo, ed io son qui pronto ad uscirmene da questa vostra casa, povero e straccione come vi sono entrato, col mio unico "bianco" in saccoccia. E poi dite che non ho il senso dell'onore? Dio mi fulmini!"
Il vecchio protese con impeto il braccio destro.
"Ve l'ho da dire quel che siete voi? Un furfante, ragazzo mio, un furfantaccio, una figura ladra, un vagabondo! Ho passato una notte con voi! Oh, credetemi, mi ritengo ben disgraziato E voi avete mangiato e bevuto alla mia tavola! Ma adesso sono ristucco della vostra presenza. Il giorno sta per spuntare e il gufo ha da tornare al suo coviglio... Volete precedermi o seguirmi?"
"Come vi piace" rispose il poeta, levandosi da sedere. "Voi siete assai cortese". E qui ingoll d'un fiato la sua tazza di vino un po' sopra pensiero. "E vorrei poter aggiungere che siete anche molto intelligente..." soggiunse poi battendosi le nocche sulla fronte. "Vecchiaia, vecchiaia! Il cervello ammuffito, reumatizzato!"
Quasi per rispetto verso s medesimo il vecchio lo precedette e s'avvi verso la porta. Villon lo segu fischiettando, il pollice agganciato alla cintura.
"Dio abbia piet di voi" disse il vecchio quando furono all'uscio.
"Arrivederci, pap" rispose Villon sbadigliando. "E grazie tante per le vostre bistecche di montone".
La porta si richiuse dietro lui.
L'alba spuntava sopra i tetti biancheggianti. Si annunciava una frigida ed incresciosa mattina.
Villon si ferm un poco in mezzo alla strada poi si stiracchi le membra con gran delizia.
"Un povero vecchio barbogio..." esclam fra s. "Forse, chiss, le sue tazze valevano meglio di lui!"
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FINE.